Ecco "lo spunto" per l'ottava puntata di Bistrot Philo. Se credete potete lasciare un commento, è il benvenuto..
La cosa migliore sarebbe procreare tra i 15 ed i 30 anni come natura prevede per il buon esito di una fecondazione e di una gravidanza. Ma noi occidentali non abbiamo più questa possibilità, perché le condizioni socio-economiche che la nascita di un figlio richiede spostano fecondazione e gravidanza tra i 30 ed i 40 anni, quando tutto diventa un po’ più difficile. Di qui l’intervento della tecnica medica che assiste chi ha protratto la scelta di un figlio oltre i limiti d’età più favorevoli previsti dalla natura. I problemi che oggi si pongono sono determinati dalla nostra organizzazione socio-economica e non dalle presunte tentazioni faustiane della scienza.
Ancora, i progressi della scienza hanno ridotto nella specie umana la selezione naturale. E se questo è un bene per quanti riescono a vivere e a procreare grazie all’assistenza medica, mentre un tempo non avrebbero potuto sopravvivere o quanto meno procreare, non è un male se la selezione scientifica degli embrioni sani rispetto a quelli geneticamente malati supplisce agli inconvenienti determinati dalla scomparsa della selezione naturale.
Fatte queste due premesse per inquadrare correttamente il problema, dobbiamo dire che una volta infrante le leggi di natura, come noi abbiamo fatto per esigenze socio-economiche, la scienza non fa altro che aiutare la natura a generare quando, lasciata a se stessa, non sarebbe più in grado di raggiungere lo scopo. Quindi o cambiamo forma alla nostra società, o ci facciamo aiutare dalla scienza là dove il processo naturale, lasciato a se stesso, abortisce.
Ora mettiamoci nei panni di chi desidera un figlio e non può averlo se non con la fecondazione medicalmente assistita. Negare questa possibilità significa non consentire a una donna l’esperienza “fisica” della maternità, che per alcune donne è inessenziale, per altre è condizione imprescindibile del loro equilibrio psicofisico, dal momento che il loro corpo è strutturato per la generazione che, resa impossibile, può portare a uno scadimento della propria identità, della stima di sé, quando non a una vera e propria malattia che si chiama depressione.
Perché non favorire, in chi lo desidera, la vita quando esiste una tecnica in grado di darla a chi genera e a chi è generato? In nome di principi che fanno riferimento all’inviolabilità della natura? Ma che valori hanno questi principi formulati quando la natura, per le scarse conoscenze scientifiche, era ritenuta inviolabile, mentre oggi è in ogni suo aspetto manipolabile?
Non è meglio adottare al posto dell’ “etica dei principi” che, come ci ricorda Aristotele, non si attagliano mai alle singole situazioni, quella che io vado chiamando l’ “etica del viandante”, la quale, esaminati di volta in volta gli scopi e i mezzi, decide, se gli scopi sono buoni, di utilizzare quei mezzi? E questo vale soprattutto oggi dove la natura non è più la norma e dove noi stessi non vivremmo quanto viviamo se non fossimo “medicalmente assistiti”.
U. Galimberti