domenica 10 febbraio 2013

FAVOLE PERIODICHE - PARTE I

La tavola periodica degli elementi di Mendeleev è per gli studenti che hanno scelto un indirizzo scientifico sinonimo di chimica, per la gente comune invece di angusti laboratori pieni di ampolle fumanti. In generale, quando si parla di chimica, è difficile che la mente si predisponga a voli pindarici o che si percepiscano gli elementi come vere e proprie narrazioni di storie culturali.
L’oro (raro ed incorruttibile) significa qualcosa, l’argento qualcos’altro, il piombo qualcos’altro ancora. Gli elementi scoperti durante l’Illuminismo sono basati sulla mitologia classica: titanio, palladio, uranio. Quelli trovati nel XIX secolo mettono invece in evidenza l’appartenenza geografica dello scopritore: germanio, scandio, polonio. In definitiva gli elementi appartengono alla nostra cultura e non c’è da sorprendersi, essi sono gli ingredienti di ogni cosa.
Nel suo “Favole periodiche” Hugh Aldersey-Williams, chimico dagli spiccati interessi artistici e letterari, ci guida alla conoscenza degli  elementi e attraverso di essi indaga sui minimi ed i grandi eventi del passato. Nella sezione dedicata ad Arti e Mestieri l’autore comincia col trattare dello Stagno, “il metallo amico”, noto per essere con il Rame uno dei due componenti del Bronzo ma anche per la sua maneggevolezza. E’ lucente, brillante e con una temperatura di fusione molto bassa, abbastanza forte da permettere la realizzazione di oggetti, ma anche sufficientemente tenero da permettere che questi articoli possano essere plasmati usando solo il martello.
La civiltà fenicia fu in buona parte la civiltà dello Stagno. Essi lo commerciarono e navigarono in lungo e largo alla sua ricerca, la città-stato fenicia di Cartagine ne gestì gli approvvigionamenti da Occidente, dalle leggendarie isole Cassiteridi, le isole dello Stagno citate anche da Plinio il Vecchio, enigma per gli studiosi moderni.
Lo Stagno può essere usato e gettato, ma è indistruttibile, come il soldatino di Stagno della fiaba di Andersen. Chiunque è in grado di trasformare un pezzo di Stagno in qualcosa di utile, i contadini vi ricavavano tanto gli ornamenti quanto gli utensili, tanto giocattoli quanto strumenti musicali. La sonorità dello Stagno è qualcosa di speciale, esso ha portato la sonorità nella vita domestica (era il metallo più usato per fabbricare gli utensili della vita domestica) ed ancora oggi è utilizzato come lega con il Piombo per le canne degli organi o  con il Rame per le campane. La tonalità migliore per le campane è notoriamente una lega Rame-Stagno (Bronzo) uniti in un rapporto tre, quattro ad uno, ma a questa lega corrisponde anche una grande fragilità. Sono state molte le campane a rompersi, la più nota è sicuramente la Liberty Bell custodita a Philadelphia. Essa si spaccò dal bordo alla parte centrale quando venne suonata la prima volta in occasione della Dichiarazione d’Indipendenza Americana.
Oggi, al contrario, lo Stagno è comunemente diventato metafora delle cose superficiali e di scarso valore, addirittura i piccoli tirannelli vengono nella cultura anglosassone definiti tin-pot (vasi di Stagno), ciò non rende evidentemente giustizia alla sua lunga e gloriosa storia.
Il Piombo è invece spesso l’elemento chimico associato più da vicino alla morte. Esso è sinonimo di gravità, sia fisica che intellettuale. Per preservare i corpi di Papi e di re venivano utilizzati sarcofaghi di piombo, nella tradizione era un modo per assicurarsi che l’anima non fuggisse. Non si corrode e protegge ciò che contiene poiché forma uno strato superficiale che blocca gli attacchi chimici. Il suo colore grigio-elefante che a malapena riflette la luce contribuisce a fare del Piombo il metallo più adatto a riti di morte e sepoltura, ma lo associa anche all’esoterismo in generale.
Nelle regioni dell’Europa centrale dove i minerali di Piombo sono abbondanti si è diffusa la pratica di predire il futuro lasciando cadere in acqua qualche goccia del metallo fuso. Esso si solidifica assumendo delle forme bizzarre dalle quali viene desunta la sorte dell’interessato. Un fiore è sinonimo di nuovi amici, una nave di un lungo viaggio, la forma di un maiale di prosperità. I tedeschi compiono questa cerimonia della colatura del Piombo (Bleigiessen) la vigilia di Capodanno.
Nelle applicazioni tradizionali di questo metallo, in realtà, è riassunta l’ambivalenza del genere umano. Di piombo sono i proiettili dei soldati ma anche i caratteri dei tipografi. Proiettili di varie foggie sono stati per secoli ottenuti con un meccanismo analogo, anche se in questo caso non lasciato al caso, dei Bleigiessen, allo stesso tempo fu grazie al Piombo che Gutenberg realizzò i caratteri mobili divenendo il padre della stampa.
Questo metallo riassume allo stesso tempo la creatività e la distruttività dell’uomo, ecco perché, forti di questo significato profondo e contraddittorio, molti artisti contemporanei lo hanno utilizzato per le loro opere. I più noti sono lo scultore britannico Antony Gormley e l’artista tedesco Anselm Kiefer. Celebre il bombardiere di piombo di Kiefer, denominato “Giasone”, realizzato nel 1989 ed esposto in Danimarca. Un aereo volutamente realizzato con il metallo più pesante, un aereo che promette voli di fantasia ma che evidentemente non potrà mai volare.
Il dualismo insito nel Piombo può essere metaforicamente ricercato in un’altra considerazione. Il Piombo, considerato nell’antichità il metallo da cui si originavano gli altri sette conosciuti, era il punto di partenza degli alchimisti nella loro ricerca dell’oro. Il Piombo è anche però il prodotto finale di molti processi di decadimento radioattivo, inclusi quelli degli elementi chiave dell’atomica, l’uranio ed il plutonio. Se nell’antica alchimia esso alludeva alla possibilità di un miglioramento dell’umanità, nella scienza moderna il Piombo lascia presagire anche l’eventualità di una sua violenta distruzione.


                                                                            Felice Marino
                                                                          aliama1@yahoo.it

venerdì 11 gennaio 2013

IL MANOSCRITTO

Può un libro cambiare la Storia? “Il Manoscritto” di Stephen Greenblatt, premio Pulitzer per la saggistica 2012, racconta il rinvenimento quasi fortuito  presso un monastero tedesco di un testo perduto, la cui riscoperta, secondo l’autore, potrebbe aver cambiato la storia della cultura europea. L’anno è il 1417, il monastero è quello di Fulda ed il testo il “De Rerum Natura” di Tito Lucrezio Caro.
Con una prosa leggera, che pare trasformare la Storia in un racconto avvincente, Greenblatt ci offre uno spaccato di un mondo lontano ed al contempo ci impone una riflessione sempre attuale. Spesso noi siamo portati a pensare alla realtà di oggi come alla conseguenza di una serie di  eventi più o meno noti, non prendiamo nemmeno in considerazione l’idea che in questa sequenza ci possano essere stati dei buchi, che ci siano dei tratti mancanti, magari semplicemente perché delle testimonianze si sono perse definitivamente.
Questo è particolarmente vero per quello che riguarda l’età classica. Nel passaggio dall’età classica a quella medioevale si sono infatti persi un numero rilevante di testi e con essi tanti autori e pensatori sono stati condannati  all’oblio per sempre. Quelli pervenuti, devono spesso la loro sopravvivenza all’opera di instancabili monaci amanuensi. Essi avevano nell’esercizio della lettura e della scrittura alcune delle loro regole, tuttavia, magari perché abbagliati da un gusto classico, non sempre erano capaci di cogliere l’essenza di quello che stavano trascrivendo. Non si spiega altrimenti la sopravvivenza presso un monastero, per quanto sperduto, di un’opera potenzialmente sovversiva come il “De Rerum Natura”.
A trovarlo, quasi per caso, fu l’umanista Poggio Bracciolini, cacciatore di libri e segretario apostolico di papa Baldassarre Cossa, deposto durante il concilio di Costanza del 1415, quello che di fatto pose fine allo scisma. Ordinando ad uno scrivano di farne una copia, Bracciolini si affrettò a salvare il libro dall’oblio in cui era caduto tra le mura del convento. Non sappiamo se avesse già intuito che, negli anni, il volume avrebbe contribuito a demolire il suo mondo.
In realtà il De Rerum Natura era oggetto di discussione anche nel mondo pagano, all’epoca della sua pubblicazione. Incredibilmente ne sono stati trovati e riconosciuti dei frammenti tra i numerosi rotoli rinvenuti nella villa dei Papiri di Ercolano, sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., e che pare fosse di proprietà del potente politico romano Lucio Calpurnio Pisone.
Nella biblioteca del monastero di Fulda, tra messali, tomi teologici e manuali confessionali, il libro di Lucrezio era un intruso, una reliquia che aveva galleggiato fino a riva da un relitto lontano. A Ercolano, invece, era a casa propria. Il contenuto dei rotoli rinvenuti dimostra che la collezione della villa si concentrava proprio sulla scuola di pensiero di cui il De Rerum Natura è la più straordinaria espressione esistente: l’epicureismo.
La tesi filosofica, fondamentalmente “atomista”, secondo cui lo scopo supremo della vita è il piacere, sebbene definito in termini assai sobri, fu uno scandalo, sia per i pagani sia per i loro avversari, gli ebrei prima e i cristiani dopo. C’era infatti paura che la sublimazione del piacere e la fuga dal dolore fossero obiettivi allettanti e potessero fungere da principi organizzatori razionali della vita umana. Se così fosse stato, molti principi alternativi sanciti dalla tradizione come il sacrificio, l’ambizione, lo status sociale, la disciplina, la religiosità, sarebbero stati messi in discussione insieme alle istituzioni che servivano. Si provvide allora a banalizzare volontariamente la ricerca del piacere epicureo in un’indulgenza sensuale e grottesca verso se stessi, rappresentata dal perseguimento risoluto di sesso, potere, denaro o addirittura cibi bizzarri e costosi. In realtà il vero Epicuro, che viveva di formaggio, pane ed acqua, condusse un’esistenza più che tranquilla.
Dopo aver  ottenuto una copia, Bracciolini ricopiò a sua volta il testo e lo fece pervenire al suo grande amico umanista Niccolò Niccoli. L’opera iniziò così a circolare silenziosamente, prima a Firenze e poi altrove, contribuendo probabilmente ad accendere le polveri del Rinascimento italiano. Il materialismo lucreziano ispirò in seguito grandi autori europei come Shakespeare e Montaigne. Quest’ultimo approvava il disprezzo di Lucrezio per la moralità imposta, odiava intensamente le autopunizioni ascetiche e la violenza contro la carne, amava la libertà e l’appagamento interiore. Lucrezio, secondo Montaigne, era la guida più infallibile per comprendere la natura delle cose e per plasmare l’io affinchè vivesse la vita con piacere e affrontasse la morte con dignità.
Non mancarono numerosi tentativi di impedire la lettura nelle scuole del De Rerum Natura e di ricondurre Lucrezio al silenzio, ma il torchio da stampa aveva ormai reso molto più difficile uccidere i libri. Soffocare una serie di idee vitali per i nuovi progressi scientifici nel campo della fisica e dell’astronomia si rivelò ancora più arduo.
Le idee atomiste crearono le premesse per le grandi rivoluzioni culturali europee ma finirono anche nel testo della dichiarazione d’indipendenza americana. Il testo, influenzato da Thomas Jefferson, sottolineava la necessità di un governo che non garantisse solo la vita e la libertà dei cittadini, ma che promuovesse anche la ricerca della felicità. Ed in effetti pare che ad un corrispondente che gli chiese quale fosse la sua filosofia di vita Jefferson, che aveva collezionato almeno cinque versioni latine del De Rerum Natura, rispose: “Sono epicureo”.


                                                                         Felice Marino
                                                                      aliama1@yahoo.it

sabato 8 dicembre 2012

CONVERSAZIONI SULL'EDUCAZIONE

Anche questo mese ho scelto di occuparmi di una pubblicazione del sociologo polacco Zygmunt Bauman. Il recente testo  “Conversazioni sull’educazione” è una  raccolta epistolare tra Bauman e Riccardo Mazzeo, un intellettuale suo amico, che spazia su vari temi e che mi è parso un logico completamento delle tesi esposte nel già commentato “Modernità liquida”.
A proposito di scuola e di educazione Bauman utilizza la metafora dei missili intelligenti contrapponendoli ai più datati missili balistici. I primi, a differenza dei secondi, apprendono durante il percorso e la principale capacità di cui hanno bisogno è quella di imparare e di farlo rapidamente. Un apprendimento veloce, tuttavia, nasconde un’altra capacità meno visibile e cioè quella di dimenticare altrettanto velocemente ciò che si era appreso un attimo prima. Quello che i cervelli dei missili intelligenti non devono mai dimenticare è che la conoscenza che essi acquisiscono è in sommo grado revocabile e ciò che garantisce il successo consiste nell’accorgersi del momento in cui la conoscenza immagazzinata ha cessato di essere utile e deve essere gettata via, dimenticata e sostituita. E’ con l’ingresso nei tempi liquido-moderni che coloro che erano alle prese con l’apprendimento e la promozione dell’apprendimento hanno dovuto spostare la loro attenzione dai missili balistici, vale a dire l’antica saggezza ed il suo valore pragmatico, ai missili intelligenti. Se la vita premoderna era una quotidiana rappresentazione dell’infinita durata di qualunque cosa, la vita liquido-moderna è una quotidiana rappresentazione della fugacità e della transitorietà. In un mondo del genere si è costretti a prendere la vita un pezzetto alla volta, aspettandosi che ogni pezzetto sia diverso dal precedente e richieda conoscenza ed abilità differenti. Ora, poiché l’invariabile obiettivo dell’educazione era, è e rimarrà in ogni epoca la preparazione dei giovani alla vita nelle realtà a cui sono destinati ad accedere, oggi una scuola di qualità, “pratica”, non può che essere una scuola che diffonde apertura mentale non chiusura, qualità non quantità.
Non è un caso allora che tutti i principali eroi contemporanei, uomini dalle storie radiose che raccontano il passaggio dalla miseria alla ricchezza come Steve Jobs, Jack Dorsey o David Karp, siano senza eccezione uomini falliti sotto il profilo dell’istruzione che hanno accumulato fortune miliardarie grazie ad una singola idea ben scelta e ad un’opportunità fortunata.
Sono le persone con idee brillanti ed utili (leggasi: vendibili) che oggigiorno abitano le stanze dei bottoni. Le principali risorse di cui è fatto il capitale sono nell’era post-industriale la conoscenza, l’inventiva, l’immaginazione, la capacità di pensare ed il coraggio di pensare in modo differente. Nell’elenco dell’uno per cento degli americani più ricchi (avete letto bene, uno per cento) solo uno di essi appartiene all’impresa industriale; il resto sono finanzieri, avvocati, architetti, programmatori, scienziati, medici, stilisti ed ogni sorta di celebrità dello spettacolo, della televisione e dello sport.
Tutto in linea con la società dei consumatori, contrassegnata da una cultura “nuovista” che promuove il culto della novità e della scelta casuale, ma caratterizzata anche da una massa di informazioni strabordante: “Invece di ordinare la conoscenza in file armoniose, la società dell’informazione offre cascate di segni decontestualizzati più o meno casualmente connessi gli uni agli altri. Detto diversamente: quando quantità crescente di informazione vengono distribuite a velocità crescente, diventa sempre più difficile creare narrazioni, ordini, sequenze di sviluppo. I frammenti minacciano di diventare egemoni. Ciò ha serie conseguenze per i modi in cui ci colleghiamo alla conoscenza, al lavoro ed allo stile di vita in senso lato”.
La verità è che questa è la prima generazione  del dopoguerra che ha di fronte la prospettiva di una mobilità verso il basso. Non c’e’ nulla che abbia potuto prepararli all’arrivo del nuovo mondo duro, freddo e inospitale in cui i voti hanno perso il loro valore, i meriti guadagnati si sono svalutati. Essi si sono ritrovati a vivere in un mondo di lavori volatili e disoccupazione ostinata, di fugacità di prospettive e durevolezza di sconfitte, di speranze frustrate e di opportunità che brillano per la loro assenza. Per la prima volta, a memoria d’uomo, l’intera classe dei laureati si trova di fronte un’alta probabilità di svolgere lavori ad hoc, temporanei, part-time, pseudolavori non pagati di apprendistato ingannevolmente definiti di formazione, tutti considerevolmente al di sotto delle abilità da loro acquisite e delle loro aspettative.
Chiosa Bauman:” In una società capitalista come la nostra, preparata ed armata prima di tutto per la difesa e la preservazione dei privilegi esistenti e solo secondariamente (in modo infinitamente meno rispettato e praticato) al miglioramento delle condizioni di chi vive in uno stato di deprivazione, questa schiera di laureati con grandi obiettivi e piccoli mezzi non ha nessuno a cui rivolgersi per ottenere assistenza e rimedio”. Tutto ciò, unitamente al progressivo ed esponenziale aumento delle tasse universitarie, rischia inevitabilmente di decimare le schiere dei giovani che crescono nei miseri territori della deprivazione sociale e culturale e che ciò nondimeno non sono ancora domi e osano bussare con determinazione alle porte universitarie dell’opportunità. Le università rischiano sostanzialmente di abdicare al loro ruolo attribuito/preteso di promotrici della mobilità sociale. E’ un ritorno in grande stile delle divisioni di classe.
In questo contesto vale la pena allora citare il cupo avvertimento/premonizione di W. Cohan sul New York Times: “Una lezione che ci viene dalla recente sollevazione in Medio Oriente, specialmente in Egitto, è che un gruppo di persone con un’alta istruzione ma disoccupate, in sofferenza da un periodo cospicuo di tempo, possono catalizzare un cambiamento sociale di enorme portata”.
Buone feste a tutti

                                                                 Felice Marino
                                                              aliama1@yahoo.it

sabato 3 novembre 2012

MODERNITA' LIQUIDA

“Modernità liquida” è una definizione coniata dal sociologo Zygmunt Bauman, uno dei più noti ed influenti pensatori al mondo, in un testo dal titolo analogo che ha avuto un enorme successo, un best-seller in Italia ed all’estero, un classico dei nostri tempi.
I liquidi, a differenza dei corpi solidi, non mantengono una forma propria, semmai si adattano prontamente a contenitori esterni. Inoltre la straordinaria mobilita’ dei fluidi li associa immediatamente all’idea di leggerezza. Sono questi i motivi per i quali la metafora della liquidità è decisamente pertinente allorchè intendiamo comprendere la natura dell’attuale e per molti aspetti nuova fase nella storia della modernità.
Modernità liquida è la convinzione che oggi l’unica costante sia il cambiamento e l’unica certezza sia l’incertezza. Se cent’anni fa essere moderni significava inseguire la perfezione definitiva, pare proprio che essere moderni oggi alluda ad un miglioramento all’infinito, privo però di qualunque aspirazione a diventare definitivo. La cosa interessante è che, ad un’attenta analisi, è lecito affermare che è stata proprio quella ricerca di perfezione assoluta, di solidità nelle cose, ad averne innescato la liquefazione. La liquidità è stata in definitiva un effetto di quella ricerca.
Dopo quasi due secoli, secondo Bauman, il rapporto di superiorità/inferiorità tra i valori della durevolezza e della transitorietà si è ormai ribaltato. Ormai si apprezza quasi soltanto ciò che è facile da mandare all’aria, scartare, abbandonare, i legami che si possono sciogliere senza fatica. Siamo tutti a caccia continua ed irrefrenabile di novità, siamo tutti passati drasticamente dal concetto di libertà “da” al concetto di libertà “di”. Ma libertà di fare cosa? La risposta è immediata: di consumare. La libertà promossa dal mercato globale è solo disegnata pensando al “consumatore ideale”, nient’altro.
Non crediamo più nel mito dell’esistenza fatta di frammenti che, come pezzi di una statua antica, si limitino ad attendere l’arrivo dell’ultimo pezzo,  di modo che possano tutti essere incollati e creare un’unità esattamente uguale a quella originaria. Non crediamo più in una totalità primordiale un tempo esistente, o in una totalità ultima che ci attende in qualche data futura. Ci limitiamo a consumare in maniera tumultuosa beni ed emozioni, in maniera totalmente acritica. Questo fa si che la libertà senza precedenti che la nostra società pare offrire ai suoi membri sia corredata anche paradossalmente da un’impotenza senza precedenti.
La libertà “di” va di pari passo con l’esaltazione dell’individualismo e gli individui, bersaglio delle pressioni dell’individualizzazione, vengono gradualmente, ma incessantemente, spogliati della corazza protettiva della cittadinanza ed espropriati delle loro capacità ed interessi di cittadini. In tali circostanze , la prospettiva di una trasformazione dell’individuo de iure in un individuo de facto (cioè padrone delle risorse indispensabili per una reale capacità di autodeterminazione) appare sempre più remota.  
Nel mondo della modernità liquida, sembriamo sempre più gli ospiti di un camping per roulotte. Ciò che tutti pretendono dai responsabili del camping è di essere lasciati in santa pace e non essere disturbati. In cambio essi promettono di non contestare l’autorità dei responsabili e pagare quanto dovuto. Nel caso in cui si sentano defraudati o ritengano che i responsabili siano venuti meno alle promesse fatte, i roulottisti possono reclamare il rimborso, ma non si sogneranno neanche lontanamente di mettere in discussione e rinegoziare la filosofia manageriale del posto, e meno che meno di assumersi la responsabilità di dirigerlo essi stessi.
Cent’anni fa, in piena modernità “solida” i pericoli e le minacce erano tutte attese dal lato del “pubblico”, sempre pronto ad invadere e colonizzare “il privato”. Scarsa attenzione veniva prestata ai pericoli derivanti dalla contrazione e dallo svuotamento dello spazio pubblico e dalla possibilità di un’invasione opposta: la colonizzazione della sfera pubblica da parte del privato. Tale eventualità sottovalutata e sottodiscussa si è oggi trasformata nel principale ostacolo all’emancipazione. Il potere pubblico implica l’incompletezza della libertà individuale, ma la sua ritirata o scomparsa profetizza l’impotenza pratica della libertà legalmente vittoriosa. La storia dell’emancipazione moderna ha virato da un confronto con il primo pericolo a una lotta contro il secondo.
Secondo Bauman “qualsiasi reale liberazione richiede oggi più, non meno, sfera pubblica e potere pubblico”. Allorchè la politica pubblica abdica alle proprie funzioni e viene sostituita dalla politica della vita, i problemi incontrati dagli individui de iure nel loro strenuo tentativo di diventare individui de facto si rivelano minacciosamente non sommabili e non cumulativi, spogliando così la sfera pubblica di qualsiasi sostanza e riducendola a mero luogo di pubblica confessione ed esposizione di preoccupazioni private. Allo stesso modo, non solo l’individualizzazione appare una strada a senso unico, ma sembra distruggere nel suo cammino tutti gli strumenti che potrebbero essere usati per realizzare i suoi obiettivi.
Il filosofo polacco è convinto, in ogni caso, che quello che stiamo vivendo è un periodo di “interregno”, uno di quei momenti in cui i vecchi modi di agire non funzionano più, ma ancora non sono state inventate nuove modalità più adeguate alle nuove condizioni. Motivo per cui la ricerca di una vita in comune alternativa non può che partire dall’analisi delle alternative all’attuale  politica della vita.

                                                                            Felice Marino
                                                                          aliama1@yahoo.it

sabato 13 ottobre 2012

LA MANOMISSIONE DELLE PAROLE

In un recente articolo dal titolo “Catilina”, rivisitando le vicissitudini storiche di quest’ultimo, ho posto l’accento sul ruolo della storiografia ufficiale e sul rischio che le verità storiche  possano essere mistificate dai “vincitori”, talvolta totalmente ribaltate. Questo mese invece, ispirato dalla lettura di “La manomissione delle parole” di Gianrico Carofiglio, voglio soffermarmi sul potere del linguaggio, dell’eloquenza, e sulla possibilità che il linguaggio stesso possa essere volutamente manomesso nelle sue componenti prime, ossia le parole.
Mi spiego meglio. In nessun altro sistema di governo le parole sono importanti come in democrazia. La democrazia è discussione, è ragionamento, si fonda sulla circolazione delle opinioni e delle convinzioni, e lo strumento privilegiato di questa circolazione sono le parole.
La povertà della comunicazione sovente si traduce in povertà dell’intelligenza, talora in doloroso soffocamento delle emozioni. Non è un caso che i ragazzi più violenti possiedano spesso strumenti linguistici scarsi ed inefficaci, sul piano del lessico, della grammatica e della sintassi. Non sono capaci di gestire una conversazione, non riescono a modulare lo stile della comunicazione in base agli interlocutori ed al contesto, non fanno uso dell’ironia e della metafora. Non sanno sentire, non sanno nominare le proprie emozioni, non sanno raccontare storie. I ragazzi sprovvisti delle parole per dire i loro sentimenti di tristezza, di rabbia, di frustrazione hanno un solo modo per liberarsi e liberare sofferenze a volte insopportabili: la violenza fisica.
C’è dunque uno stretto rapporto tra ricchezza delle parole e ricchezza di possibilità. L’abbondanza, la ricchezza delle parole è una condizione del dominio e del controllo sulla realtà e diventa, inevitabilmente, strumento del potere, segnatamente di quello politico. Ecco perché è necessario che la conoscenza, il possesso delle parole siano esenti da discriminazioni e garantiti da una scuola uguale per tutti. Ma la qualità della vita pubblica di un paese si può desumere non solo dal numero delle parole ma anche dalla loro qualità.
La tesi di Carofiglio e di molti altri è che l’impoverimento nel numero delle parole e la menomazione della loro capacità di indicare cose e idee stia indebolendo la democrazia ed aprendo sempre più la strada alle destre. Egli sostiene che la tendenza non sia affatto casuale e che spesso risponda ad un preciso intento di gruppi di potere. Nel famosissimo romanzo 1984 di G. Orwell il regime di Oceania non solo altera la verità della storia, ma anche il linguaggio con cui l’individuo esprime il suo pensiero. La Neolingua era intesa non a ad estendere ma a diminuire le possibilità del pensiero: si veniva incontro a questo fine riducendo al minimo la scelta delle parole. L’abbondanza di parole e la molteplicità di significati sono strumenti del pensiero, ne accrescono la potenza e la capacità critica: parallelamente la ricchezza del pensiero esige una ricchezza di linguaggio. Il progressivo contrarsi del linguaggio, in Oceania ed in altri luoghi meno immaginari, ha per effetto prima l’impoverimento, poi una vera e propria inibizione del pensiero.
La riduzione del numero di parole e la storpiatura del loro significato vanno spesso di pari passo. La scelta delle parole è un atto cruciale e fondativo: esse sono dotate di una forza che ne determina l’efficacia e che può produrre conseguenze. Espressioni come giudeo, terrone, negro, marocchino attivano immediatamente l’ostilità, creano “un altro” estraneo da respingere. E’ un’interferenza sulla realtà che ogni giorno sperimentiamo, una manipolazione che passa attraverso la scelta delle parole e che in molti casi si fa violenza, palese o più spesso e più pericolosamente occulta. Il filologo tedesco Klemperer non smise mai durante gli anni della persecuzione nazista di annotare, registrare, censire la progressiva torsione, l’abuso, la violenza esercitata sulla lingua tedesca dal regime. La lingua nazista in molti casi si rifà  ad una lingua straniera, per il resto quasi sempre al tedesco prehitleriano: però muta il valore delle parole e la loro frequenza, trasforma in patrimonio comune ciò che prima apparteneva ad un singolo o ad un gruppuscolo, asservisce la lingua al suo spaventoso sistema. Le parole come minime dosi di arsenico, dall’effetto lentamente, inesorabilmente tossico: questo è il pericolo delle lingue del potere e dell’oppressione, e soprattutto del nostro uso e riuso inconsapevole e passivo.
Se guardiamo al nostro paese in questi ultimi vent’anni parole come libertà, secessione, spread o espressioni come toghe rosse, Roma ladrona, governo tecnico hanno rappresentato senza dubbio esempi di linguaggio del potere. I potenti di turno hanno forzato la lingua ma, cosa ancora più grave, hanno spesso privato tante parole, abusandone, del loro significato per cui ad esempio profondere i beni altrui diventa liberalità, la spregiudicatezza nelle male azioni diventa sinonimo di forza d’animo, una dichiarazione di prescrizione diventa una sentenza di assoluzione. Nello specifico poi  Carofiglio, nella seconda parte del libro, individua cinque parole da riabilitare con urgenza, esse sono: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza e scelta.
Il pericolo più imminente, in sostanza, è che a furia di utilizzare le parole a proprio uso e consumo tirandole per la giacchetta, queste finiranno per non significare più nulla e questo impoverimento linguistico finirà in definitiva per limitare la nostra capacità di pensare, esattamente il contrario di ciò che richiederebbe una democrazia sana. In ogni caso però come affermò il già citato Klemperer :“ le asserzioni di una persona possono essere menzognere, ma nello stile del suo linguaggio la sua natura si rivela apertamente “.

                                                               Felice Marino
                                                             aliama1@yahoo.it

domenica 16 settembre 2012

DEBITO

E se la storia delle vicende umane fosse alla fin fine la storia del Debito? La tesi suggestiva e molto ben documentata è contenuta in un bellissimo saggio dal titolo “Debito. I primi 5000 anni” di David Graeber, antropologo ed attivista del movimento no global di Seattle, docente prima a Yale, da dove è stato allontanato per motivi politici, e poi alla Goldsmiths di Londra.
La tesi è che l’istituzione del debito sia anteriore alla moneta, e non viceversa, e che da sempre esso sia oggetto di aspri conflitti sociali. Da allora la nozione di debito si è estesa alla religione come cifra delle relazioni morali e domina i rapporti umani, definendo libertà e asservimento. Da migliaia di anni la lotta tra ricchi e poveri prende la forma del conflitto tra debitore e creditore, già nel mondo antico tutti i movimenti rivoluzionari avevano un unico programma: “Cancellare il debito e ridistribuire la terra”.
D’altra parte se si guarda alla storia del debito, quel che si scopre è una profonda confusione morale. Quasi ovunque la maggior parte delle persone sostiene allo stesso tempo che restituire il denaro che si è preso a prestito è una questione di semplice moralità ma anche che chiunque abbia l’abitudine di prestare denaro è empio. Fatto sta che già nell’antica Mesopotamia, da dove sono arrivate le più antiche testimonianze di una sorta di moneta creditizia, i sovrani dovevano periodicamente rimediare con dei giubilei, che azzeravano ogni debito, alla riduzione in schiavitù  di ampie fasce della popolazione, pena la deflagrazione di tutta la società.
Ma partiamo dall’inizio del ragionamento. Mercati e moneta non sono sorti automaticamente dal baratto come sostengono i manuali di Economia. Fino ad oggi nessuno è riuscito a individuare un posto nel mondo (Graeber lo dice da antropologo e quindi con cognizione di causa) in cui le transazioni economiche tra vicini seguano con regolarità il modello economico “ti do venti polli per quella vacca”. Questo non significa che il baratto non esista ma che, al contrario di quello che pensava Adam Smith, non era utilizzato tra abitanti dello stesso villaggio, semmai tra stranieri o addirittura tra nemici. A dire il vero ci sono buone ragioni per ritenere che il baratto non sia affatto un fenomeno particolarmente antico, ma che si sia diffuso di recente. Per come lo conosciamo noi, si realizza tra persone che, pur avendo familiarità con l’uso del denaro, per una qualche ragione non ne hanno più granchè a disposizione. Sistemi di baratto molto complicati sono spesso sorti inaspettatamente in seguito al collasso di economie nazionali, come recentemente nella Russia degli anni Novanta o in Argentina attorno al 2002, quando il rublo ed il peso-dollaro scomparvero. In sostanza noi non abbiamo cominciato col baratto, per poi scoprire la moneta ed alla fine sviluppare un sistema di credito. E’ successo proprio l’opposto. Il cosiddetto denaro virtuale è venuto prima. Le monete sono arrivate molto dopo e il loro uso si è diffuso in maniera disomogenea, senza mai sostituire il sistema di credito.
D. Graeber si ispira alle teorie elaborate ad inizio Novecento dall’economista  Mitchell-Innes. Nessun economista ha mai confutato le sue tesi, semplicemente lo hanno ignorato. Ebbene secondo Graeber ed i sostenitori della teoria creditizia della moneta, quest’ultima sarebbe semplicemente uno strumento di calcolo. Ma di cosa? La risposta è semplice: del debito. Una moneta è in effetti un impegno a pagare una certa cifra, cioè la forma più elementare di “pagherò”.
Facciamo un esempio: immaginiamo che in un villaggio un ipotetico Giovanni, disponendo di decine di paia di scarpe, decida di darne un paio ad Enrico che se ne trova senza. Enrico non ha niente con cui contraccambiare che possa interessare a Giovanni e decide, piuttosto che ricambiare con un favore,  di promettere qualcosa di equivalente. Enrico dà a Giovanni un “pagherò”. Giovanni può aspettare che Enrico abbia qualcosa di utile per lui. Quando ciò avverrà Enrico potrà riscattare il foglio con su scritto “pagherò” e farlo a pezzetti. Ma supponiamo che Giovanni giri il suo “pagherò” ad una terza persona a cui deve qualcosa e quest’ultima a sua volta ad una quarta. Adesso Enrico dovrà quel denaro a lei. La moneta nasce così, perché non c’è fine logica a questa circolazione di debiti. In linea di  principio non c’è ragione che il “pagherò” non continui a circolare per il villaggio per anni, a patto che la gente abbia sempre fiducia in Enrico. Di fatto, se le cose vanno per le lunghe, la gente può anche dimenticarsi di chi ha emesso il “pagherò”. In questo senso non c’è nessuna differenza tra una conchiglia (non è un esempio bislacco, pare che in Cina per un lungo periodo sia stato proprio così), un dollaro d’argento, una moneta da un dollaro realizzata in una lega rame-nichel, ideata per assomigliare all’oro, un pezzo di carta verde con l’immagine stampata di G. Washington o un impulso digitale sul computer di qualche banca. Val bene sottolineare che il “pagherò” di Enrico può funzionare come denaro solo se Enrico non pagherà mai il proprio debito.
In effetti le banconote odierne funzionano secondo uno schema analogo. E’ con questo principio che fu fondata la Bank of England (la prima banca centrale moderna). Nel 1694 un consorzio di banchieri inglesi fece un prestito di 1,2 milioni di sterline d’oro al re. In cambio, i banchieri ottennero il monopolio reale sull’emissione di banconote. In pratica questo significava che avevano il diritto di concedere in prestito “pagherò” per una porzione del denaro che il re doveva loro ad ogni abitante  del regno che ne volesse chiedere in prestito, con il risultato di monetizzare e far circolare il debito reale appena creato. La fiducia in questo caso andava accordata direttamente al re. Si trattava di un bell’affare per i banchieri (facevano pagare l’8% di interesse annuo sul prestito originario alla corona ed al tempo stesso chiedevano gli interessi su quello stesso denaro ai loro clienti che lo prendevano in prestito), ma poteva funzionare solo fino a quando il debito originario rimaneva insoluto. Quel debito infatti non è stato ancora saldato. Non può essere saldato. Se venisse saldato, l’intero sistema monetario della Gran Bretagna cesserebbe di esistere.
In questa logica i mercati sorgono come effetti collaterali. Il volano di fondo è la tassazione statale che obbliga ciascuno a trovare un qualche modo per mettere le mani sulle monete. Secondo alcuni questo stato di cose stimolerebbe l’operosità e sarebbe alla base del progresso, ma molte sono le distorsioni passate e presenti. Vediamo qualche esempio emblematico. Nel 1895 la Francia ha invaso il Madagascar, sciolto il governo in carica e dichiarato il paese colonia francese. Tra le prime cose che il generale Gallieni fece dopo “la pacificazione” ci fu l’imposizione di pesanti tasse sulla popolazione malgascia, la quale doveva rimborsare i costi necessari all’invasione. Inoltre, dal momento che le colonie francesi erano obbligate all’autonomia finanziaria dalla madrepatria, le tasse servivano a realizzare tutti i progetti del regime francese. Ai contribuenti malgasci nessuno ha mai chiesto se volessero strade, ponti, ferrovie e soprattutto piantagioni. Furono trucidati centinaia di migliaia di malgasci e nonostante il fatto che il Madagascar non avesse mai recato alcun danno comparabile alla Francia, la popolazione di quel paese si sentì dire fin dall’inizio che doveva dei soldi al paese occupante. Ancora ai nostri giorni il popolo malgascio deve soldi alla Francia ed il resto del mondo riconosce la giustizia di questo principio.
E’ solo uno dei tanti esempi possibili, ma al lettore non sfugge il senso di tutto ciò. Il debito, spesso e volentieri costruito ad arte, è la chiave per assoggettare interi popoli, per depredare interi paesi.
Uno potrebbe benissimo chiedersi: se i nostri ideali politici e giuridici sono fondati sulla logica dello schiavismo, allora perché siamo riusciti ad abolire la schiavitù? Ovviamente un cinico potrebbe sostenere che non l’abbiamo abolita affatto ma che ci siamo solo limitati a rinominarla. Non avrebbe torto. Da questo punto di vista l’elemento cruciale è la capacità del denaro di trasformare la moralità in una faccenda di aritmetica impersonale e, così facendo, di giustificare cose che altrimenti potrebbero sembrare oscene o indecenti. Il denaro ha sempre la potenzialità di diventare un imperativo autonomo. Se gli si permette di espandersi, può diventare rapidamente una morale così imperativa da far sembrare tutte le altre frivole al suo confronto. Anche le relazioni umane possono diventare l’argomento di un calcolo di costi e benefici.
Tuttavia la realtà dei giorni nostri potrebbe essere ancora meglio compresa da un proverbio americano che recita così : “Se devi alla banca centomila dollari, la banca ti possiede. Se devi alla banca cento milioni di dollari, possiedi la banca”.
Il 15 Agosto 1971 il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon annunciò la fine della convertibilità in oro dei dollari americani detenuti all’estero. L’effetto immediato della sospensione della convertibilità aurea fu di far schizzare alle stelle il prezzo dell’oro, simmetricamente il valore del dollaro in termini di oro calò drasticamente. Il risultato fu un enorme trasferimento di ricchezza dai paesi poveri, che non avevano riserve auree ma che tenevano le proprie riserve in dollari, ai paesi ricchi, come Stati Uniti e Gran Bretagna, che mantenevano riserve in oro. Il mondo entrò di fatto in una nuova fase della storia finanziaria, fase che ancora nessuno capisce completamente. Mentre la Banca d’Inghilterra prestava oro al sovrano, la Federal Reserve (la banca centrale americana) crea i dollari semplicemente con un tratto di penna. Ebbene a causa del pesante deficit di bilancia commerciale degli Stati Uniti, un numero enorme di dollari circola all’estero.
Le banche centrali estere possono farci ben poco con questi dollari, tranne comprare titoli del tesoro americano. Fin dai tempi di Nixon i compratori più importanti del debito americano sono state le banche di quei paesi che si sono trovati sotto l’occupazione americana.  Nel tempo l’effetto combinato dell’inflazione e dei bassi tassi d’interesse pagati da questi titoli è stato che essi  si sono deprezzati, aumentando “il tributo”. Inoltre lo status internazionale del dollaro è sostenuto, fin dal 1971, dal fatto che il petrolio sia comprato e venduto solo in questa valuta. Ogni tentativo dei paesi Opec di usare anche altre divise si è infranto contro la resistenza di Arabia Saudita e Kuwait, due protettorati americani. Saddam Hussein prese la decisione unilaterale di passare dal dollaro all’euro nel 2000, seguito dall’Iran nel 2001. Sappiamo come è andata a finire.
Le politiche del Fondo Monetario Internazionale, che insiste nel chiedere che i debiti siano ripagati quasi esclusivamente attingendo dalle tasche dei poveri, si sono scontrate negli ultimi anni prima contro un movimento di ribellione sociale, parimenti globale (no global), poi con un’aperta ribellione fiscale tanto in Africa quanto in America latina. Sostanzialmente “il sacro principio” per cui tutti dobbiamo pagare i nostri debiti si scontra con i fatti, ed i fatti mostrano che non tutti devono pagare i propri debiti. Solo alcuni sono obbligati. La recente crisi economica sta alimentando anche in Europa un acceso dibattito sulla natura del debito degli stati membri e sulla sua gestione, che rischia di trasformare il continente in una polveriera.
Niente sarebbe più utile ed importante di fare tabula rasa per tutti, rompendo con la nostra morale abituale, e ricominciare da capo. La gigantesca macchina del debito che, negli ultimi cinque secoli, ha ridotto porzioni sempre più grandi della popolazione mondiale all’equivalente morale dei conquistadores sembrerebbe infatti essere arrivata al suo limite sociale ed ecologico. Il problema è come ridimensionare la cosa, andando progressivamente verso una società in cui le persone possano vivere di più e lavorare di meno. Si, proprio così, lavorare di meno.
D. Graeber conclude così :“ Vorrei finire spezzando una lancia a favore dei poveri non industriosi. Almeno non fanno male a nessuno. Nella misura in cui il tempo che sottraggono al lavoro è usato per stare con la famiglia e gli amici, per prendersi cura delle persone amate, probabilmente stanno migliorando il mondo più di quanto non possiamo rendercene conto. Forse dovremmo immaginarli come i pionieri di un nuovo ordine economico che non condivide la tendenza all’autodistruzione del nostro”.

                                                                Felice Marino
                                                             aliama1@yahoo.it

lunedì 20 agosto 2012

CATILINA

Lucio Sergio Catilina nacque a Roma nel 108 a.C. Era un aristocratico, apparteneva infatti alla gens Sergia , una delle cento familiae che, secondo la leggenda, avevano fondato Roma. Nel 63 a.C. fu capo di una congiura che falli’ e gli costò la vita.
Così lo ritrae il celebre storico romano Sallustio: “Lucio Catilina, nato da famiglia illustre, era fortissimo di animo e di corpo, ma di indole trista e malvagia. Fin dall’adolescenza trovò piacere nelle stragi, nelle rapine, nelle discordie civili e fra esse passò i suoi anni giovanili. Corpo resistente alla fame, al freddo, alla veglia fino all’inverosimile; animo audace, subdolo, incostante, simulatore e dissimulatore in qualsiasi materia, cupido dell’altrui, scialacquatore del suo, sfrenato nelle passioni, buona parlantina, nessuna saggezza, la mente vasta correva sempre verso lo smisurato, l’incredibile, l’irraggiungibile”.
Questa invece la lettera che lo stesso Catilina scrive a Quinto Lutazio Catulo prima dell’ultima disperata battaglia alla quale non sopravvisse: “Lucio Catilina a Quinto Catulo. Dà fiducia a questa mia lettera di raccomandazione il tuo grande attaccamento a me, conosciuto per esperienza, tanto utile nelle mie grandi peripezie. Non è quindi mia intenzione fare la difesa del mio nuovo progetto, bensì volli sottoporre a te la giustificazione che a me viene dalla consapevolezza di non essere in colpa e che tu, per tutti gli Dei, dovrai riconoscere sincera. Inasprito da ingiustizie e da oltraggi, alla constatazione che, defraudato dei frutti delle mie fatiche e della mia abilità, non posso conseguire il grado conveniente alla mia dignità, mi sono assunto, com’è mio costume, la causa generale dei disgraziati. Non già che io non possa far fronte ai miei impegni personali con i miei averi, ma perché vedo uomini indegni nobilitati dalle  pubbliche cariche e me escluso da esse per ingiusti sospetti. Per questi motivi tengo dietro alla speranza, ben onorevole nel mio caso, di conservare quel tanto di dignità che mi è stato lasciato. Vorrei scriverti più a lungo, ma mi giunge notizia che si sta per ricorrere contro di me alla violenza. E ora ti raccomando Orestilla e la affido alla tua leale amicizia. Proteggila da ogni vessazione, te ne prego per i tuoi figlioli. Sta bene.” Quella descritta da Sallustio e quella che scrive a Catulo sono la stessa persona? Parrebbe proprio di si, ma i ritratti sembrano piuttosto divergenti. Evidentemente qualcosa non quadra.
Di Catilina si occupa in un omonimo saggio il giornalista Massimo Fini attraverso una rivisitazione critica delle sue vicende, sullo sfondo di una Roma repubblicana dove a livello politico demagogia, sotterfugi, doppi giochi, tradimenti, ingiustizie, illeciti erano la regola. Ma che strano…
In realtà Sallustio ed il più famoso Cicerone, che di Catilina si occupa nelle sue famose tre Catilinariae, avevano i loro buoni motivi per consegnare ai posteri un’immagine turpe del capo della congiura. Intanto dei motivi personali. Infatti Catilina (una sorta di bel tenebroso), che aveva sedotto più di una nobile vergine sfidando le ire delle loro potenti familiae e la morale della buona società romana, pare avesse violato una Vestale (una sacerdotessa) di nome Fabia. Il punto è che Fabia era sorella di Terenzia, prima moglie di Cicerone, poi sposa in terze nozze di Sallustio.
Ma c’erano soprattutto motivi politici per consegnare alla storia, e senza appello, Catilina come il più violento dei criminali. La congiura di Catilina, a ben guardare, assume infatti i tratti della prima rivoluzione della Storia ed in quanto tale di essa non doveva restare traccia alcuna. Inevitabile una riflessione sul ruolo svolto  dalla storiografia ufficiale. Già nell’antica Roma era diffuso il vezzo di mistificare verità e vicende ad uso e consumo dei potenti di turno. Ma che strano…
Ma torniamo a Catilina ed alle sue vicende. Più volte egli provò legalmente la via del consolato (nell’antica Roma repubblicana c’erano due consoli che venivano rinnovati ogni anno), ma fu sempre respinto con ogni genere di trucchi e brogli. Sulla sua strada trovò l’ostilità feroce dell’oligarchia romana ed a farsene interprete fu proprio Cicerone, console in carica in occasione della congiura, un uomo totalmente diverso da Catilina.
Marco Tullio Cicerone, per difesa della legalità, intendeva il mantenimento dello statu quo, salvo cambiare idea quando la legge era d’intralcio a qualche manovra di potere o affaruccio poco pulito. Questo strenuo arrocco a difesa dei propri interessi era mascherato, come sempre, con nobili parole sulla humanitas, la dignitas, l’amor di Patria, delle tradizioni, degli Dei. Cicerone fu proprio il campione dei campioni del belpensantismo ipocrita del tempo. Fu sicuramente un grandissimo avvocato, forse con Demostene il migliore dell’antichità. Ma quelle che furono le sue doti di avvocato furono anche il suo deficit di uomo: mancanza di convinzioni, cinismo, opportunismo, ambiguità.
Ma perché Catilina era così insidioso per l’aristocrazia romana? Con la sconfitta di Cartagine Roma divenne padrona del Mediterraneo. Immense ricchezze affluirono nelle mani degli aristocratici insieme a decine di migliaia di schiavi. Gli aristocratici,  per quanto si sfogassero in lussi mai visti prima, avevano il “problema” di impiegare l’enorme surplus di denaro venutosi a creare. Erano proprietari terrieri ed investirono nella terra. Poiché i piccoli proprietari terrieri erano tenuti al servizio militare, questo comportava lunghe assenze e conseguente indebitamento. Furono quindi facili prede dei latifondisti. In sostanza tanto più grande diventava il latifondo tanto più fragile si faceva la piccola ed anche la media proprietà. Possedendo terre a volontà i grandi proprietari, diversamente dai piccoli, non si curavano di farle rendere al massimo. Inoltre le terre erano lavorate da schiavi che, come ovvio, profondevano un impegno relativo.
Il risultato fu il ricorso, sempre più frequente, ad importazioni di grano  prima dalla Sicilia e dalla Sardegna, poi dall’Africa e dall’Egitto. L’uso su vasta scala della manodopera servile finì per togliere il lavoro anche ai fittavoli ed ai braccianti che spesso erano proprio ex proprietari ridotti a salariati. La conseguenza fu l’inurbamento e in tantissimi si spostarono a Roma. Anche in città però era difficile trovare lavoro, fatto salvo i lavori stagionali. Ecco allora che a Roma si radicò una plebe malcontenta, la cui vocazione parassitaria si accentuò allorchè furono introdotte distribuzioni gratuite o semi-gratuite di grano. Nello stesso tempo l’acquisizione di nuove province incrementò molto il commercio. Spuntarono banchieri, finanzieri ed affaristi di ogni genere. I non aristocratici che svolgevano queste attività erano chiamati cavalieri e furono proprio i cavalieri a introdurre e sviluppare il prestito ad usura. Questo poteva raggiungere un interesse anche del 50% e strangolava un po’ tutti, talvolta gli stessi aristocratici impegnati a finanziare le proprie carriere politiche. Il denaro in definitiva cominciò a prendere il sopravvento su tutto e tutti. Si instaurò il classico regime, tipico delle società in decadenza e in decomposizione, della doppia morale: una pubblica, buona per la gente comune e per i gonzi che ci volevano credere, l’altra privata che si faceva beffe della prima.
In questo contesto, dopo la brutale fine riservata ai Gracchi, nel suo ennesimo tentativo di raggiungere il consolato Catilina propose qualcosa di veramente rivoluzionario. Per prima cosa una riforma agraria che, ribadendo l’intangibilità del diritto di proprietà, prevedeva una vastissima redistribuzione di terre ai nullatenenti, facendo perno sulle terre del demanio in Italia e soprattutto all’estero nelle nuove provincie. Il programma economico catilinario colpiva duramente anche i cavalieri attraverso la cancellazione parziale dei debiti e l’abrogazione delle leggi che disponevano l’arresto e la carcerazione dell’insolvente, nonché attraverso l’abbassamento degli interessi debitori fissando un limite legale del 12%. In sostanza Catilina era per un riequilibrio tra l’oligarchia aristocratica, che deteneva di fatto tutto il potere istituzionale, e la plebe, e per un ridimensionamento drastico dell’influenza dei cavalieri che, con la potenza del denaro contante, tiranneggiavano entrambe. Il fatto poi che nel movimento catilinario ci fossero moltissime donne e numerosi schiavi fa ritenere che si volesse dare dignità politica alle prime e almeno giuridica ai secondi. Le prime infatti non votavano e non potevano essere elette alle cariche pubbliche, i secondi erano considerati dal punto di vista giuridico delle cose.
Alla fine, vittima per l’ennesima volta di brogli e trucchetti, il guerriero Catilina, ormai esausto, optò per la congiura e prese le armi. Catilina non era Spartaco, che con i suoi gladiatori aveva insanguinato la penisola pochi anni prima, non combatteva contro Roma ma per Roma, la Roma delle origini che si portava nella testa. Tradito da alcuni congiurati, fu progressivamente isolato e  disinnescato. Contrastato in maniera durissima si trovò ad affrontare lo scontro con forze impari e lo affrontò. Morì, pagando con la vita la fedeltà a se stesso.
Lo stesso Sallustio, nel descrivere la fine di Catilina, ammette che “Catilina venne trovato lungi dai suoi fra i cadaveri dei nemici; respirava ancora un poco ma gli si leggeva sul volto la stessa espressione di indomita fierezza che aveva da vivo”.

                                                            Felice Marino
                                                         aliama1@yahoo.it