domenica 13 marzo 2011

Bistrot Philo 11a puntata. "La subordinazione della politica alla rappresentazione televisiva"

Ecco lo "spunto" per l'undicesima puntata di Bistrot Philo che andrà in onda  giovedi 17 Marzo alle ore 2200 su Radioantares. I vostri commenti sono graditi.



La subordinazione della politica alla rappresentazione televisiva

Il pericolo che io vedo non è tanto che la televisione faccia programmi inguardabili, quanto nel fatto che tutti guardano la televisione. E siccome non c’è mondo al di là della sua descrizione, la televisione non è un mezzo che rende pubblici dei fatti, ma la pubblicità che concede diventa il fine per cui i fatti accadono. L’informazione cessa di essere un resoconto per tradursi in una vera e propria costruzione dei fatti, e questo non nel senso che molti fatti del mondo non avrebbero rilevanza se i media non ce li proponessero, ma perché un enorme numero di azioni non verrebbero compiute se i mezzi di di comunicazione non ne dessero notizia. Oggi il mondo accade perché lo si comunica, e il mondo comunicato è l’unico che abitiamo.
Non più un mondo di fatti e poi d’informazione, ma un mondo di fatti per l’informazione. Solo il silenzio restituirebbe al mondo la sua genuinità. Ma questo non è più possibile. E così , quello che andava profilandosi sul registro innocente dell’informazione diventa il luogo eminente della costruzione del vero e del falso, non perché i mezzi di comunicazione mentono, ma perché nulla viene fatto se non per essere comunicato. Il mondo si risolve nella sua narrazione.
Gli effetti di questo risolvimento sono facilmente intuibili se appena volgiamo l’attenzione a quel gioco dei consensi che siamo soliti chiamare democrazia. Se infatti la realtà del mondo non è più discernibile dal racconto del mondo, il consenso non avviene più sulle cose, ma sulla descrizione delle cose, che ha preso il posto della realtà. Nella democrazia tutti possono dire la loro, cioè fare la loro descrizione del mondo. Ed è in questo senso che un tempo i partiti rappresentavano le diverse opinioni della gente, i sindacati rappresentavano i lavoratori, le associazioni industriali gli imprenditori; ora è la televisione a rappresentare tutte queste rappresentazioni; ed è in questa rappresentazione di secondo grado che si descrive il mondo e si costruisce il consenso.
Un consenso che non arriva alle cose, ma si arresta alla loro rappresentazione, in quel gioco di specchi dove il sondaggio dell’opinione pubblica è il sondaggio dell’efficienza persuasiva dei media, che prima creano l’opinione pubblica e poi sondano la loro creazione. A questo punto il mezzo, il medium, non è tanto la televisione, ma l’opinione pubblica ridotta a specchio di rifrazione del discorso televisivo in cui si celebra la descrizione del mondo.
In ciò nulla di nuovo. Anche la vita degli antichi o quella dei medioevali era lo specchio di rifrazione in cui si celebrava il discorso mitico o il discorso religioso; la novità è che nelle società antiche, dove si disponeva solo di piazze e di pulpiti, non era possibile raggiungere l’intero sociale, per cui restavano spazi per idee e discorsi differenti, da cui prendeva avvio la novità storica. Oggi questo spazio è praticamente abolito, e la novità storica, se vorrà esprimersi, dovrà prodursi in forme che al momento non si lasciano intravedere.

U. Galimberti

sabato 26 febbraio 2011

Bistrot Philo 10a puntata. "Il senso del dolore"

Ecco a voi lo "spunto" di U. Galimberti per la decima puntata di Bistrot Philo che andrà in onda su RadioAntares giovedi 3 Marzo alle 2200. Aspetto i vostri commenti.

IL SENSO DEL DOLORE

Di fronte al dolore, alla sofferenza e al male della terra che risulta difficile giustificare, l’umanità ha sempre pensato di essere decaduta: da una condizione paradisiaca nella versione giudaico-cristiana, da un’età dell’oro dove non c’erano pene e dolori in altre tradizioni, da una condizione celeste dove l’anima viveva non imprigionata nei limiti del corpo nella tradizione filosofica inaugurata da Platone.
Ma solo nella tradizione giudaico-cristiana questa caduta, ipotizzata per giustificare il dolore e le pene di questa terra, viene connessa a una “colpa” che chiede riparazione ed è suscettibile di redenzione. In tale visione il dolore è “castigo” e a un tempo “evento purificatore”. Come tale concorre alla redenzione ed alla salvezza. In tale prospettiva il dolore non è pensato come costitutivo dell’esistenza, ma della colpa dell’esistenza e insieme come mezzo del suo riscatto.
Per la cultura greca il dolore non è la conseguenza di una colpa, ma il costitutivo dell’esistenza, di cui bisogna accogliere per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi di salvezza da colpe originarie. Accolta la caducità dell’esistenza, occorre poi imparare a vivere tutta l’espansione della vita e tutto il suo contrarsi, perché questa è la condizione del mortale che nessuna narrazione mitica o religiosa può modificare.
Se  la sofferenza, come vuole il cristianesimo, è la conseguenza di una colpa suscettibile di redenzione, questa terra e l’esistenza che su questa terra si compie sono vissute come un transito. Il futuro atteso lenisce la crudeltà del dolore, perché chi oggi soffre, domani sarà liberato. In tale prospettiva il dolore non è più pensato come qualcosa che ineluttabilmente appartiene alla vita, ma come qualcosa che è capitato alla vita terrena in seguito a una colpa, e quindi come qualcosa di fondamentalmente separato dalla vita. Ciò significa che la vera vita non conosce il dolore, e se sulla terra la vita non è esente dal dolore è solo perché la vita sulla terra non è quella vera, quella per cui siamo nati. Ciò comporta una svalutazione della vita terrena: “valle di lacrime” che, come dice Isaia, trova la sua giustificazione nell’attesa di “nuovi cieli e nuove terre”. Per questo, essendo pegno di salvezza, per la tradizione giudaico-cristiana il dolore non va solo sopportato, ma anche amato.
A differenza di quella cristiana, la cultura greca non ama il dolore, perché ama la vita e tutto quanto può concorrere ad accrescerla e potenziarla. Ma, a differenza di noi moderni, con misura, perché, senza misura, ogni virtù degenera. La virtù non ha per il greco il significato della mortificazione e del sacrificio, ma, come la virtus latina, è la capacità di eccellere, di essere migliore, per cui non si dà virtù senza lotta. La lotta non la si ingaggia solo con il nemico, ma anche con lo stato di bisogno, con la necessità, a cui occorre far fronte, con la sorte che, se infausta, è minacciosa. Per cui la virtù è la capacità di dominare il caso, di imprimere alla cattiva sorteuna svolta positiva.
Per il Greco, dunque, dal dolore, visualizzato non nella modalità cristiana dell’espiazione della colpa, ma della modalità tragica dell’ineluttabilità della legge di natura, nascono quelle due forme, non di rassegnazione, ma di resistenza al dolore che sono: il “sapere” che consente di evitare il male evitabile, e la virtù che consente, entro certi limiti, di dominare il dolore.
Perché la virtù, qui intesa come forza e coraggio di vivere al di là delle avversità, sia efficace, è necessaria la misura, senza la quale anche la forza e il coraggio di vivere vanno incontro alla sconfitta, perché l’uomo che vuole andare oltre il proprio limite decide anche la sua fine. Quando diviene tracotante la sua forza volge in debolezza, la sua felicità in sciagura. Per questo la virtù chiede all’uomo di essere attento al suo limite, perché l’uomo non può diventare immortale come un dio, ma con il modello immortale del dio deve restare in tensione, per generare, come dice Dante, riprendendo il mito greco di Ulisse, virtù e conoscenza.
A voi la scelta a quale visione del mondo appartenere: se a quella colpevolizzante del cristianesimo o a quella tragica ma insieme estetica dei Greci.

venerdì 4 febbraio 2011

"Dietro le Parole" estratto da "Il mondo dell'incredibile 3a puntata"

Curiosità. Dietro le parole:

Ciao:
E’ l’italianizzazione del vocabolo dialettale veneziano s-ciao, che significa “schiavo”, termine a sua volta derivato da “slavo” perché spesso i prigionieri di guerra della Slavonia trasferiti a Venezia dovevano adattarsi a umili mestieri. Dunque, all’epoca in cui era abitudine salutare in modo deferente dichiarandosi con enfasi “servo vostro”, e cioè a disposizione dell’interlocutore, i veneziani esclamavano “S-ciao!”, “schiavo vostro”, e quindi “ciao”, come ancora oggi si dice non solo nella nostra lingua, ma anche in tanti altri paesi del mondo dove il termine italiano è piaciuto ed ha attecchito con facilità tra i giovani.

Denaro:
Viene dal termine latino denarius, derivato a sua volta da deni, aggettivo numerale distributivo che significava “ a dieci a dieci “, “dieci alla volta”. E infatti il denarius dei Romani era in origine una moneta d’argento del valore di dieci “assi”. “Moneta” è invece un termine che deriva dal Tempio di Giunone Moneta, cioè “ammonitrice”, dal verbo monere , ammonire, presso il quale sorse in Roma antica la prima zecca per coniare, appunto, monete. Il tempio di Giunone Moneta sorgeva presso il Campidoglio.

Gazzetta:
Innumerevoli giornali recano questo titolo, che si pensa derivi dall’italiano antico gazetta, nome di una piccola moneta che costituiva il prezzo di un giornale governativo pubblicato a Venezia nel 1536. Ma il termine potrebbe anche derivare da “gazza”, inteso come “chiacchiera”.

Bistrot Philo 9a puntata. "Il nichilismo sotteso alla cultura del consumo"

Ciao a tutti, ecco a voi "lo spunto" per la 9a puntata di Bistrot Philo che andrà in onda in diretta giovedi 10 Febbraio alle ore 2200 su Radioantares. Aspetto i vostri contributi!


Questa nostra società, che tutti definiscono complessa, a me pare molto semplice, anzi semplificata, perché ha nel denaro l’unico generatore simbolico di tutti i valori. Che cos’è bello, cos’è santo, cos’è giusto, cos’è vero sono infatti tutti valori subordinati a cos’è utile, cos’è vantaggioso, dove la misura è il denaro, che, da “mezzo” per produrre beni e soddisfare bisogni, è diventato il “fine”, in vista del quale si producono beni e, se la cosa concorre a questo scopo, si soddisfano bisogni. E’ noto infatti che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci che assicurano denaro.
All’inizio e alla fine di queste catene di produzione ( di merci e di bisogni in vista del denaro ) si trovano gli esseri umani, instaurati come produttori e come consumatori, con l’avvertenza che il consumo non deve essere più considerato, come avveniva per le generazioni precedenti, esclusivamente come soddisfazione di un bisogno, ma anche, e oggi soprattutto, come mezzo di produzione. Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci “hanno bisogno” di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia “prodotto”.
A ciò provvede la pubblicità, che ha il compito di pareggiare il nostro bisogno di merci con il bisogno delle merci di essere consumate. I suoi inviti sono esplicite richieste a rinunciare agli oggetti che già possediamo, e che magari ancora svolgono un buon servizio, perché altri nel frattempo ne sono sopraggiunti, altri che “non si può non avere”. In una società opulenta come la nostra, dove l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sono sostituibili, ma “devono” essere sostituiti, ogni pubblicità è un appello alla distruzione.
Si conferma così il tratto nichilista della nostra cultura economica, che eleva il non-essere di tutte le cose a condizione della sua esistenza. Il loro non permanere a condizione del suo avanzare e progredire. E come allora non dar ragione a Gunther Anders, che ipotizza la nientificazione delle cose come primo passo verso la nientificazione dell’umanità, naturalmente quella esclusa dalla circolazione del denaro, quella non produttiva, quella che non consuma?
U. Galimberti

sabato 22 gennaio 2011

Estratto dalla 1a puntata di "Nel mondo dell'incredibile". Araldi di morte nelle antiche famiglie europee.

Gli annali della nobiltà europea abbondano di misteriose storie di fatti soprannaturali. Tra di esse la sinistra leggenda delle volpi di Gormanston.
Ogni volta che un lord di Gormanston sta per morire, il suo castello nella contea di Meath, in Irlanda, viene circondato dalle volpi.
Nel settembre del 1876, lady Gormanston osservò una muta di volpi che andavano in cerca di preda presso la porta del castello. Suo marito, il tredicesimo visconte, morì la stessa notte. Al suo funerale, pochi giorni dopo, le volpi seguirono il feretro fino alla sepoltura.
Quando morì il quattordicesimo visconte, nel 1907, alcune volpi rimasero tutta la notte fuori della cappella dove il suo corpo giaceva sul catafalco, nonostante ogni tentativo di cacciarle via.
Molte grandi famiglie sono perseguitate da fantasmi di  antenati morti quasi sempre in modo tragico. Così la famosa dama bianca degli Hohenzollern, ad esempio, per alcuni sarebbe il fantasma della contessa Agnese di Orlamunde, murata viva per infanticidio. Secondo un’altra versione si tratterebbe invece della principessa Bertha von Rosenburg: ma chiunque sia, la sua apparizione preannuncia immancabilmente la morte di un Hohenzollern.
La famiglia reale di Baviera condivideva con la famiglia ducale di Assia un <araldo di morte>. Era la Dama Nera di Darmstadt, che si pensa fosse il fantasma di una granduchessa morta da molto tempo. Nel 1850, venne vista ad Archaffenburg mentre il granduca d’Assia-Darmstadt stava prendendo il tè con i genitori. Pochi giorni dopo, sua madre morì di colera. Nel 1854, al castello di Pillnitz sulle rive dell’Elba, la regina di Sassonia vide la Dama Nera che si aggirava attorno alla sua sedia. Angosciate, le persone del seguito pensavano che la morte della regina fosse imminente, ma si sbagliavano. Il giorno seguente, arrivò la notizia che il re di Sassonia era morto a Dresda.
Si dice che la famiglia dei Borgia sia stata assediata dagli spettri. L’incidente più noto accadde a papa Alessandro VI. Un cardinale, entrando negli appartamenti del papa, una notte del 1503, trovò il pontefice che giaceva su una bara spettrale, illuminato da una livida luce.
Terrorizzato, fece il segno della croce e la visione svanì. Ma prima di mezzanotte, papa Borgia era morto.

Le ricette di Nonna Enza. Costate di manzo alla pizzaiola.

Ingredienti per quattro persone:
Quattro costate di manzo di 150-200 grammi ciascuna
Pomodori freschi o pelati 500 grammi
Olio vergine d'oliva 1 dl
Aglio due spicchi
Prezzemolo tritato un cucchiaio
Origano un pizzico abbondante
Sale
Pepe

In una teglia larga soffriggete con l'olio l'aglio finemente affettato, quando sarà biondo aggiungete i pomodori, il prezzemolo, l'origano, il sale e il pepe. Fate cuocere la salsa a calore moderato fino a quando sarà evaporata l'acqua dei pomodori e la salsa sarà apparsa lucida e densa.
A questo punto adagiate nella teglia le costate dopo averle battute un pò con il batticarne per renderle più tenere. Fatele cuocere non più di 7-8 minuti per lato.
Utilizzate il sugo per condire eventuali spaghetti.
Buon appetito da Nonna Enza!!

sabato 15 gennaio 2011

Bistrot Philo 8a puntata." La procreazione tra natura e tecnica"

Ecco "lo spunto" per l'ottava puntata di Bistrot Philo. Se credete potete lasciare un commento, è il benvenuto..

La cosa migliore sarebbe procreare tra i 15 ed i 30 anni come natura prevede per il buon esito di una fecondazione e di una gravidanza. Ma noi occidentali non abbiamo più questa possibilità, perché le condizioni socio-economiche che la nascita di un figlio richiede spostano fecondazione e gravidanza tra i 30 ed i 40 anni, quando tutto diventa un po’ più difficile. Di qui l’intervento della tecnica medica che assiste chi ha protratto la scelta di un figlio oltre i limiti d’età più favorevoli previsti dalla natura. I problemi che oggi si pongono sono determinati dalla nostra organizzazione socio-economica e non dalle presunte tentazioni faustiane della scienza.
Ancora, i progressi della scienza hanno ridotto nella specie umana la selezione naturale. E se questo è un bene per quanti riescono a vivere e a procreare grazie all’assistenza medica, mentre un tempo non avrebbero potuto sopravvivere o quanto meno procreare, non è un male se la selezione scientifica degli embrioni sani rispetto a quelli geneticamente malati supplisce agli inconvenienti determinati dalla scomparsa della selezione naturale.
Fatte queste due premesse per inquadrare correttamente il problema, dobbiamo dire che una volta infrante le leggi di natura, come noi abbiamo fatto per esigenze socio-economiche, la scienza non fa altro che aiutare la natura a generare quando, lasciata a se stessa, non sarebbe più in grado di raggiungere lo scopo. Quindi o cambiamo forma alla nostra società, o ci facciamo aiutare dalla scienza là dove il processo naturale, lasciato a se stesso, abortisce.
Ora mettiamoci nei panni di chi desidera un figlio e non può averlo se non con la fecondazione medicalmente assistita. Negare questa possibilità significa non consentire a una donna l’esperienza “fisica” della maternità, che per alcune donne è inessenziale, per altre è condizione imprescindibile del loro equilibrio psicofisico, dal momento che il loro corpo è strutturato per la generazione che, resa impossibile, può portare a uno scadimento della propria identità, della stima di sé, quando non a una vera e propria malattia che si chiama depressione.
Perché non favorire, in chi lo desidera, la vita quando esiste una tecnica in grado di darla a chi genera e a chi è generato? In nome di principi che fanno riferimento all’inviolabilità della natura? Ma che valori hanno questi principi formulati quando la natura, per le scarse conoscenze scientifiche, era ritenuta inviolabile, mentre oggi è in ogni suo aspetto manipolabile?
Non è meglio adottare al posto dell’ “etica dei principi” che, come ci ricorda Aristotele, non si attagliano mai alle singole situazioni, quella che io vado chiamando l’ “etica del viandante”, la quale, esaminati di volta in volta gli scopi e i mezzi, decide, se gli scopi sono buoni, di utilizzare quei mezzi? E questo vale soprattutto oggi dove la natura non è più la norma e dove noi stessi non vivremmo quanto viviamo se non fossimo “medicalmente assistiti”.

U. Galimberti