venerdì 16 settembre 2011

Bistrot Philo 15a puntata. "L'analfabetismo dilagante"

Ciao a tutti, ritorna il Bistrot Philo. In questi mesi di pausa estiva ho raccolto svariati attestati di simpatia verso questa iniziativa e vi ringrazio.
La 15a puntata andrà in onda in diretta su Radioantares giovedi 29 Settembre alle ore 21. Qui di seguito è riportato lo "spunto" di U. Galimberti ( non sarà una costante ) e come sempre vi invito a lasciare una vostra opinione o testimonianza. Potete farlo firmandovi solo con il nome e il luogo da cui scrivete oppure in forma anonima.



L’analfabetismo dilagante

Negli ultimi trent’anni siamo stati traghettati in una fase dove le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle “lette” da qualche parte, ma semplicemente di averle “viste” in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, oppure “sentite” dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o da un amplificatore inserito nelle nostre orecchie e collegato a un walkman. A questo punto sorgono spontanee le domande: come la trasformazione della strumentazione tecnica modifica il nostro modo di pensare? E ancora: quali forme di sapere stiamo perdendo per effetto di questo cambiamento?
Con l’avvento della scrittura il vedere acquistò un primato rispetto all’udire, ma non lasciò senza cambiamenti la stessa vista che, da visione delle immagini del mondo, dovette imparare a tradurre in significato una sequenza lineare di simboli visivi. Se leggo la parola “cane” la forma grafica della parola e quella fonica non hanno niente a che fare con il cane, e allora la visione dei codici alfabetici comporta un esercizio della mente che la visione per immagini non richiede. Ciò ha comportato un passaggio da un’intelligenza “simultanea” a una forma più evoluta che è quella “sequenziale”.
L’intelligenza simultanea è caratterizzata dalla capacità di trattare nello stesso tempo più informazioni, senza però essere in grado di stabilire una successione, una gerarchia e quindi un ordine. E’ l’intelligenza che usiamo, per esempio, quando guardiamo un quadro, dove è impossibile dire che cosa vada guardato prima e cosa dopo. L’intelligenza sequenziale, che usiamo per leggere, necessita invece di una successione rigorosa e rigida che articola e analizza i codici grafici disposti in linea. Sull’intelligenza sequenziale poggia quasi tutto il patrimonio di conoscenze dell’uomo occidentale. Ma questo tipo di intelligenza, che fino a qualche anno fa sembrava un progresso acquisito e definitivo, oggi sembra entrare in crisi per opera di un ritorno dell’intelligenza simultanea, più consona all’immagine che all’alfabeto. Non a caso si assiste in tutto il mondo a un arresto dell’alfabetizzazione, che da diversi anni non si schioda da quel 47% di analfabeti, per cui sembra si rovesci quel processo, che sembrava irreversibile, che aveva portato l’uomo dall’intelligenza simultanea a quella sequenziale. Radio, telefono e televisione hanno riportato al primato dell’udito rispetto alla vista, e ricondotto la vista, dalla decodificazione dei segni grafici, alla semplice percezione delle immagini che su degli schermi si susseguono, con una conseguente modificazione dell’intelligenza, la quale, da una forma evoluta, regredisce ad una forma più elementare.
Naturalmente “guardare” è più facile che “leggere”, e quindi, cari lettori, apprestiamoci ad essere sempre più rari e, in questo mondo mediatico, anche un po’ strani. L’homo sapiens, capace di decodificare segni ed elaborare concetti astratti, è sul punto di essere soppiantato dall’homo videns, che non è portatore di un pensiero, ma fruitore di immagini, con conseguente impoverimento del capire, dovuto, come scrive Giovanni Sartori in “Homo videns, televisione e postpensiero”, all’incremento del consumo di televisione. E, com’è noto, una moltitudine che “non capisce2 è il bene più prezioso di cui può disporre chi ha interesse a manipolare le folle.
                                                                          
                                                                             U. Galimberti

sabato 20 agosto 2011

La riflessione

LE RAGIONI AMBIENTALI DELLA SUPREMAZIA EUROASIATICA

Qualche mese fa commentando “Collasso” di J.Diamond ho voluto condividere con voi un concetto espresso dall’autore che ritengo di estrema importanza. Riportando la storia di Hispaniola dopo l’arrivo di Colombo nel nuovo mondo e le differenti sorti di Haiti e della Repubblica Dominicana ho voluto evidenziare, prove alla mano, che in condizioni ambientali di partenza simili (in questo caso specifico addirittura identiche) sono gli uomini con le loro culture, le loro scelte e la loro capacità di gestire in maniera lungimirante il proprio habitat a fare la differenza, decretando il successo o meno di un gruppo, di un paese, di una nazione. Ma se le condizioni ambientali di partenza non sono le stesse? Se sono totalmente diverse?
 Le popolazioni euroasiatiche sono oggi indiscutibilmente le padroni del mondo. Le popolazioni nere, precolombiane ed aborigene appaiono ai nostri occhi come espressione di civiltà inferiori, talvolta come nel caso degli aborigeni australiani addirittura primitive. Ma i destini di questi popoli sono stati così diversi a causa delle differenze ambientali, non biologiche, tra i popoli medesimi. E’ la tesi che lo stesso J. Diamond illustra nel suo straordinario libro “Armi, acciaio e malattie”, premio Pulitzer per la saggistica nel 1998. Il testo ever green di Diamond prende in considerazione la storia della presenza dell’uomo su questo pianeta negli ultimi tredicimila anni adducendo un gran numero di casi-prova a vantaggio della sua tesi, ma uno in particolare è secondo me emblematico e riguarda ancora una volta il Nuovo Mondo e cioè l’incontro-scontro tra due civiltà: quella euroasiatica e quella precolombiana.
Era il 16 Novembre 1532 quando a Cajamarca si incontrarono per la prima volta il conquistador spagnolo Francisco Pizzarro alla guida di 168 soldati e l’imperatore inca Atahualpa, circondato da milioni di sudditi e difeso da un esercito di 80000 uomini. Ciò nonostante, pochi minuti dopo averlo incontrato, Pizzarro fece prigioniero Atahualpa, lo tenne in ostaggio per otto mesi, durante i quali si fece consegnare il più spropositato riscatto della storia (circa 80 metri cubi d’oro!), e infine, rimangiandosi ogni promessa, lo fece uccidere. Come fu possibile? Perché non fu Atahualpa a giungere a Madrid per fare prigioniero Carlo V? E’ facile individuare tra le cause prossime la tecnologia navale e militare, l’organizzazione politica, la cultura scritta, i cavalli e le malattie. Ma quali furono le cause remote? Erano di tipo biologico, come si potrebbe frettolosamente affermare o c’e’ dell’altro?
Partiamo allora dall’inizio, precisando che le due civiltà non sono partite in contemporanea, tutt’altro! La presenza umana in Asia risale a circa un milione di anni prima di Cristo, quella in Europa a circa mezzo milione, mentre il continente americano fu colonizzato a partire dalla fine dell’ultima glaciazione, e cioè circa tredicimila anni fa, attraverso lo stretto di Bering. La colonizzazione delle Americhe fu completata entro il 10000 a.C. Da allora, se si esclude una temporanea presenza vichinga a Terranova intorno all’anno mille, le due civiltà restarono in totale isolamento.
Ma il vero punto nodale è la capacità umana di passare da una condizione di cacciatori-raccoglitori a quella di agricoltori, con tutti i vantaggi che ne conseguono. E allora qual’era il materiale di partenza in entrambi i continenti ( considerando l’Eurasia come un’unica massa continentale)? In particolare quali erano le colture e gli animali domesticabili a disposizione?
Diamond rivela dati non sempre noti ai più. Nel continente euroasiatico l’agricoltura venne scoperta all’incirca nel 7000 a.C. nella Mezzaluna Fertile ( l’area che può riferirsi agli attuali Israele, Giordania, Siria, Giordania e Iraq ) e da lì si diffuse rapidamente grazie alla continuità territoriale alle stesse latitudini ed all’assenza di barriere geografiche insormontabili. I cereali mediorientali disponibili erano già molto produttivi allo stato selvatico e furono necessari pochi cambiamenti per renderli domestici, in particolare per il grano e l’orzo. A questi si aggiunsero rapidamente lenticchie e piselli, anch’essi disponibili e facilmente coltivabili. Ora un’alimentazione basata su cereali (carboidrati) e legumi (proteine) fornisce quasi tutti gli ingredienti per una dieta bilanciata. Queste varietà potevano essere immagazzinate senza problemi e ad esse va aggiunto il lino che forniva fibre e grassi vegetali grazie al suo seme che contiene circa il 40 per cento di olio. In un secondo stadio si domesticarono le prime varietà da frutto (olive, fichi, datteri, melograni, uva), mentre in un terzo stadio specie più difficili da coltivare come mele, pere, prugne e ciliege.
Sul versante degli animali delle quattordici specie animali erbivore di grossa taglia domesticate nell’antichità, molte delle quali fondamentali per l’attività agricola, ben tredici erano confinate nell’Eurasia: pecore, capre, buoi, maiali, asini, cavalli, cammelli etc.
In America al contrario le prime civiltà sedentarie nacquero non prima del 1500 a.C. e la situazione era decisamente più grama. Gli attuali Stati Uniti orientali potevano vantare solo l’orzo come cereale, l’America Centrale  un solo cereale (il mais) difficile da coltivare e probabilmente a lento sviluppo ed i fagioli come leguminose, nelle Ande e nella zona amazzonica i fagioli e la patata dolce. Le fibre erano garantite dal cotone e di specie erbivore di grossa taglia domesticate ce n’era solo una sulle Ande: il lama! Ecco quindi che, mentre nel Vecchio Mondo fu quasi sempre praticata una monocultura basata sulla semina a spaglio (cioè quella tecnica in cui i semi vengono gettati e sparpagliati sul terreno) e sull’aratura, possibile grazie alla domesticazione di buoi e cavalli usati come forza motrice, nel Nuovo Mondo, dove nessun animale utile a trainare un aratro fu mai domesticato, i campi dovevano essere arati a mano con zappe e bastoni, e i semi piantati uno a uno in apposite buche. In questo modo più specie potevano convivere nello stesso campo e la monocoltura non era così diffusa. Peraltro l’estensione in senso longitudinale del continente americano (che non garantiva uguali condizioni ambientali alle colture) e barriere geografiche importanti come l’istmo di Panama, la foresta pluviale e le zone desertiche a nord del Messico rallentarono pesantemente se non impedirono del tutto la diffusione delle suddette colture in aree potenzialmente molto fertili come quelle dell’attuale California o dell’Argentina.
Appare evidente allora che le differenze furono diretta conseguenza delle diversità ambientali e non di un qualche limite della popolazione indigena, che all’arrivo di specie migliori si mise subito a sfruttarle, intensificando la produzione e permettendo vere esplosioni demografiche. Ma tornando a Pizzarro ed Atahualpa , fatto salvo il vantaggio militare garantito dai cavalli, cosa c’entra tutto questo con la superiore tecnologia navale e militare, con la superiore organizzazione politica, la cultura scritta ed infine le malattie? Moltissimo. Vediamo perché.
Una prima conseguenza riguarda le malattie. La lunga convivenza con il bestiame domesticato ha reso la popolazione euroasiatica progressivamente resistente a molte patologie evolutesi a partire da infezioni degli animali, basti pensare al vaiolo, alla tubercolosi, alla peste, al morbillo, al colera, alla stessa influenza. L’impatto in particolare del vaiolo sul  Nuovo Mondo fu a dir poco devastante. Gli otto milioni di abitanti di Hispaniola nel 1492 sparirono tutti entro il 1535. Nel 1618, un secolo dopo l’arrivo di Cortés sulla terraferma, i venti milioni di abitanti del Messico precolombiano erano diventati poco più di un milione e mezzo. Una sorte simile toccò anche a Pizzarro quando sbarcò sulle coste del Perù. Il vaiolo era già arrivato cinque anni prima uccidendo moltissimi inca, tra cui l’imperatore Huayna Capac e l’erede al trono designato. Ne seguì una dura guerra di successione tra gli altri due figli del sovrano, Huascar ed Atahualpa, vinta da quest’ultimo a prezzo però di grosse lacerazioni, che indebolì l’impero facilitando peraltro l’azione del Conquistador spagnolo.
Una seconda conseguenza riguarda in generale il fatto che l’agricoltura, oltre a permettere la nascita della vita sedentaria e quindi l’accumulazione di surplus alimentari e di beni, fu decisiva anche nello sviluppo della tecnologia. Fu possibile accumulare beni intrasportabili e per la prima volta alcune società poterono diventare economicamente differenziate  mantenendo una classe di specialisti non dediti alla produzione di cibo.  Come già detto però, oltre al vantaggio della partenza anticipata, l’Eurasia ebbe dalla sua anche la maggiore facilità con cui, come per piante ed animali, idee e tecniche poterono spostarsi nel suo territorio. La scrittura ad esempio nacque in modo indipendente solo nella Mezzaluna Fertile, in Cina ed in Messico, ma, mentre dalle prime due aree si diffuse rapidamente nell’intero continente, da quest’ultimo non raggiunse mai il Perù. Allo stesso modo gli arabi inventarono o perfezionarono cose come il mulino a vento, la trigonometria, la vela triangolare, importarono dalla Cina la carta e la polvere da sparo trasmettendo il tutto in Europa. Al contrario la ruota fu inventata come giocattolo in Messico, vi rimase tale e non raggiunse mai l’impero inca, così come il lama, potenzialmente utile alla primordiale agricoltura messicana come animale da traino non fu mai conosciuto dagli aztechi. Le barriere ecologiche e naturali del NuovoMondo impedirono che i tre centri principali del Mesoamerica, degli Stati Uniti orientali e delle Ande-Amazzonia venissero sostanzialmente in contatto.
Lo stesso discorso vale anche per l’organizzazione politica e militare. La nascita dell’agricoltura infatti, garantendo l’aumento della popolazione e la nascita di élites non produttive, è alla base della nascita di società economicamente complesse, socialmente stratificate, politicamente centralizzate.
Dunque l’Eurasia aveva grandi vantaggi rispetto all’America per quello che riguardava l’agricoltura, le malattie, la tecnologia (armi incluse), l’organizzazione della società e la scrittura. I fatti di Cajamarca, a questo punto, e quello che ne seguì appaiono semplicemente una fin troppo naturale conseguenza.


                                                                          Felice Marino

domenica 19 giugno 2011

La riflessione

UN’ISOLA, DUE POPOLI, DUE STORIE: LA REPUBBLICA DOMINICANA ED HAITI
ISTRUZIONI PER L’USO

Recentemente ho avuto modo di leggere un libro che ho trovato molto, molto interessante. L’autore è J. Diamond, docente all’università della California, ed il titolo è “Collasso. Come le società scelgono di vivere o morire”.
Lo spettacolo delle rovine di antiche civiltà ha in sé qualcosa di tragico. Popoli un tempo ricchi e potenti sono scomparsi, magari nel volgere di pochi anni, lasciando solo qualche masso a testimonianza. Diamond cerca di capire come i collassi del passato abbiano potuto verificarsi e si chiede se la società contemporanea sia in grado di imparare la lezione, evitando disastri analoghi in futuro, ed in questo una gestione più o meno oculata delle risorse ambientali pare giocare un ruolo fondamentale. Il punto di partenza è il racconto delle storie di chi non ce l’ha fatta: gli abitanti dell’isola di Pasqua, i maya, gli anasazi, per passare poi a storie meno tragiche come quella dell’Islanda o del Giappone, quindi a storie dall’esito incerto come quelle della Cina o dell’Australia. Un capitolo però mi ha colpito profondamente, perché emblematico di come istituzioni e governi, quindi gli uomini, possano produrre esiti totalmente diversi. Si tratta della storia e dell’attualità di Hispaniola, l’isola scoperta da Cristoforo Colombo nel 1492 durante il suo primo viaggio nelle Americhe, che oggi è divisa tra due stati: Haiti e la Repubblica Dominicana.
Diamond sottolinea come, chi c’è stato ha potuto verificarlo di persona, il confine tra i due stati visto dall’alto sembri una ferita, una linea tracciata in modo arbitrario che divide nettamente due mondi: ad est (la parte dominicana) verdi boschi e prati, a ovest (la parte haitiana) terra brulla e riarsa (il 28% del territorio dominicano è ancora coperto da foreste, contro l’1% di Haiti). Eppure in origine tutta l’isola era coperta da foreste.  Haiti è affollata, molto più della Repubblica Dominicana: copre un terzo dell’isola ma ha quasi i due terzi della popolazione totale. La crescita demografica e i tassi d’infezione da AIDS sono tra i più alti del mondo. Anche la Repubblica Dominicana è un paese in via di sviluppo, ma a paragone di Haiti è un paradiso. La densità demografica e il tasso di crescita della popolazione sono più bassi, il reddito pro-capite è cinque volte più alto. Perché i due paesi hanno avuto destini così diversi? In parte per via di piccole differenze ambientali, ma soprattutto a causa della storia, dell’identità, della mentalità, delle istituzioni e dei governi dei due rispettivi popoli.
Le differenze ambientali erano rilevanti ma non decisive. La parte dominicana dell’isola riceve più pioggia e il tasso di crescita della vegetazione è più rapido. Sul suo territorio si trovano le montagne più alte, i fiumi più importanti e le pianure più estese. Il suolo è di migliore qualità, la valle del Cibao è una delle aree più fertili del mondo. Haiti è più arida ed ha una percentuale più alta di territorio montuoso. Le zone pianeggianti adatte all’agricoltura intensiva sono molto più limitate, il suolo è meno fertile e soprattutto ha una minore capacità di recupero.
Nonostante la parte haitiana fosse la meno dotata da un punto di vista ambientale fu la prima ad essere sfruttata per finalità agricole e la prima ad arricchirsi sotto il controllo dei francesi, subentrati nel frattempo agli spagnoli. Purtroppo però lo sfruttamento anticipato  ed intensivo, dovuto anche al notevole aumento demografico prodotto dai tanti schiavi di colore fatti affluire dall’Africa francofona, inferse danni irrimediabili alla fertilità del suolo ed a ciò si aggiunse una rapidissima deforestazione per l’esportazione di grandi quantità di legno, oltre che nel tentativo di recuperare terreno per altri fini. Risultato? Già verso la metà del XIX secolo le pianure e le colline haitiane erano praticamente prive di alberi. Nella Repubblica Dominicana, a lungo colonia spagnola marginale e trascurata dalla madrepatria, l’impatto ambientale e l’aumento demografico furono decisamente più contenuti.
Ma presto anche le economie presero strade diverse ed imprevedibili. La costituzione haitiana proibiva agli stranieri di possedere terre e fare investimenti nell’isola, inoltre la maggior parte degli haitiani possedeva un fazzoletto di terra che usava per sfamarsi, impedendo però in questa condizione una produzione su larga scala destinata alla vendita sui mercati europei. I dominicani, al contrario, non proibivano immigrazioni e investimenti stranieri, si formarono latifondi ed il commercio con l’estero fu agevolato in molti modi. Diversa fu l’immagine internazionale delle due nazioni. Agli occhi degli europei, la Repubblica dominicana era una società di lingua spagnola, con una significativa popolazione bianca e aperta all’esterno e al commercio, mentre Haiti era una società africana di lingua creola formata da ex schiavi e ostile agli stranieri.
Anche le dittature che entrambi i paesi hanno vissuto nella seconda metà del Novecento hanno allargato il solco tra di essi, ad Haiti quella di Duvalier mentre nella Repubblica Dominicana quella di Trujillo prima e Balaguer dopo. Questi ultimi due cercarono (anche se le motivazioni non erano nobili: volevano intascare una fetta più grande di ricchezze) di migliorare l’economia e modernizzare il paese, il primo al contrario non fece proprio nulla acuendo una situazione già disperata. Balaguer in particolare si rivelò un vero paladino dell’ambiente, ampliò il sistema delle riserve naturali ed istituì i primi parchi costieri intuendone l’enorme valore ed il potenziale turistico. Ciò non deve sorprendere per un dittatore: Adolf Hitler amava i cani e si lavava regolarmente i denti, questo non significa che dobbiamo smettere di fare entrambe le cose.
Tutte queste cose messe insieme hanno prodotto il risultato che è sotto gli occhi di tutti: pur essendo sulla stessa isola la Repubblica Dominicana è una delle realtà centro-americane più vivaci, mentre Haiti è un paese sull’orlo del collasso (il recente sisma ha prodotto un ulteriore dramma nel dramma), tanto che chi visita il paese in genere ritorna con la convinzione che non ci siano speranze per il futuro.
Una storia lontana e di scarso appeal? Non credo. E’ uno dei tanti esempi (ancora più emblematico perché generatosi a partire da un comune punto d’inizio) di quanto sia fragile il nostro ecosistema e di quanto siano impattanti su di esso le attività umane, di come un atteggiamento di chiusura verso l’esterno o di scarsa managerialità possano progressivamente impoverire una società. Ma questo caso dimostra soprattutto con chiarezza che il destino di una società spesso è nelle sue stesse mani e dipende essenzialmente dalle sue scelte.

                                                                                             Felice Marino

domenica 5 giugno 2011

Bistrot Philo 14a puntata. "La morte di Dio"

Ciao a tutti, riprende il Bistrot Philo. Ecco lo spunto della 14a puntata che andrà in onda giovedi 9 Giugno alle ore 2200 su Radioantares. Come sempre sono graditi i vostri contributi.

LA MORTE DI DIO
Dove se ne è andato Dio? - gridò l’uomo folle rivolto a molti di quelli che non credevano in Dio. – Ve lo voglio dire! L’abbiamo ucciso, voi e io. Ma come abbiamo fatto?” Friedrich Nietzsche, La gaia scienza

Lo spunto di U. Galimberti
Intorno a Dio c’e’ poco da dire. Fede e mancanza di fede sono adesioni dell’anima che vengono prima di tutti i ragionamenti e resistono a tutti i ragionamenti. Qualcosa possiamo dire invece intorno alla morte di Dio annunciata da Nietsche, secondo il quale Dio è morto perché oggi gli uomini vivono e si comportano prescindendo dalla sua esistenza, costruendo un mondo che si lascia comprendere anche senza ricorrere all’idea di Dio.
Non è stato sempre così. Nel Medioevo, per esempio, dove la letteratura parlava d’Inferno, Purgatorio e Paradiso, dove l’arte era arte sacra, dove persino la donna era donna-angelo, nulla di quella cultura poteva essere compreso se si prescindeva dall’idea di Dio. Quindi Dio esisteva e faceva mondo. Oggi il nostro mondo può benissimo essere compreso senza ricorrere all’idea di Dio, mentre difficilmente sarebbe leggibile senza l’idea di “mercato” o l’idea di “tecnica”. Oggi quindi Dio è morto. Intorno al suo nome non accade un mondo, perché il mondo che viviamo non ha bisogno dell’idea di Dio per essere compreso. Altri sono i suoi referenti.
Per questo dico che al di là dell’apparente risveglio religioso, fatto più di effetti mediatici e di speculazioni politiche, le religioni si stanno avviando inesorabilmente verso la loro estinzione, non per l’inarrestabile processo di secolarizzazione che caratterizza la nostra cultura, e neppure perché con le conquiste della scienza e della tecnica l’uomo può ottenere da sé quel che un tempo implorava da Dio, ma perché l’età della tecnica ha modificato la nostra psiche, abituandola a un tempo contratto che è l’intervallo che intercorre tra i mezzi e i fini.
Un mezzo è un mezzo se adeguato al fine che vuol raggiungere, perché se è inadeguato, non è più un mezzo. Allo stesso modo un fine è un fine, e non un sogno, se i mezzi per conseguirlo sono disponibili oggi e non chissà quando. Questo tempo contratto tra il recente passato e l’immediato futuro, che è il tempo proprio dell’età della tecnica, sopprime, dentro di noi, il tempo escatologico che prevede che, alla fine (del mondo), si realizzi quello che all’inizio era stato annunciato. E siccome la religione si fonda sul tempo escatologico, se questo non ha più riscontro e risonanza nella nostra psiche, la religione muore, perché non più sostenuta da quella dimensione temporale (l’escatologia) di cui si alimenta. Resta il problema del “senso della vita” a cui le religioni offrivano risposte. Perciò l’umanità vaga senza orizzonte, ma senza neppure più la disponibilità di affidarsi a quelle che già Eschilo chiamava “cieche speranze”.

martedì 17 maggio 2011

La nota politica di Felice

Diversi amici mi hanno chiesto un'opinione sull'esito delle elezioni amministrative del 16 e del 17 Maggio. Approfitto allora per una volta del blog per esplicitare un mio pensiero senza censure, facendo però una doverosa premessa: sono un elettore del centro-sinistra e sono stato nel recente passato per circa tre anni il segretario politico del PD nel paesino dove abito.
Ovviamente l'attenzione è stata catalizzata dai quattro copoluoghi di regione: Milano, Torino, Bologna e Napoli. Come sapete Torino e Bologna sono andate al centro-sinistra mentre Milano e Napoli andranno al ballottaggio. A me pare che Torino e Bologna siano poco indicative, nel senso che a Torino un candidato molto "forte" come Fassino (nella scia dell'ottima gestione pregressa di Sergio Chiamparino) ed a Bologna un signor nessuno in una roccaforte storica abbiano avuto gioco facile. Molto interessante invece politicamente il dato di Napoli e Milano. A Napoli il candidato De Magistris dell'IDV andrà al ballottaggio con il candidato del centro-destra Lettieri dopo aver superato il candidato del PD, figlio della gestione uscente della Iervolino. A Milano addirittura Pisapia di SEL sfiora la vittoria al primo turno contro la Moratti che partiva sicuramente con il favore dei pronostici. In entrambi i casi risalta l'affermazione di candidati del centro-sinistra non appartenenti al PD e fortemente connotati come persone oneste ed anche un pò fuori dal gioco delle solite lobby. Che lettura dare?
1) la rottura tra Fini e Berlusconi ed i vari scandali a sfondo sessuale del Premier hanno indebolito il PDL ed il suo leader riflettendosi sulla tendenza generale.
2) Il rafforzamento conseguente dell'asse Berlusconi-Lega nel governo del paese ha esposto maggiormente la Lega in quanto forza di governo e l'ha indebolita. Difficile continuare a recitare con il proprio elettorato la parte dei duri e puri, di quelli fuori dal "mazzo" quando si è costretti all'appiattimento sulle posizioni del Premier rispetto all'infinita guerra con i magistrati o alle leggi ad personam, alla guerra in Libia ed alla gestione del problema degli immigrati, alla privatizzazione dell'acqua o al nucleare.
3) Il PD ne esce ancora più indebolito, costretto a sostenere candidati non propri. Pare evidente che l'elettorato gradisca sempre meno i candidati "calati dall'alto" e con scarso appeal politico. Urgono forze nuove, urge qualità, ma c'è veramente poco all'orizzonte. Soprattutto il PD si trova di nuovo a dover sciogliere il nodo delle alleanze rispetto alle prossime politiche riassumibile nella differente posizione di Prodi e Cacciari ad esempio: un nuovo Ulivo senza il Terzo Polo oppure un'alleanza con il Terzo Polo senza le posizioni radicali di SEL e magari IDV? Io, per chi mi conosce non è un mistero, mi sento più vicino alle posizioni di Cacciari. Un nuovo Ulivo, peraltro come il vecchio, potrebbe vincere solo con un centro-destra diviso. Bisogna pensare a soluzioni diverse e soprattutto praticabili, in sostanza non và dimenticato che, in attesa dei ballottaggi, il centro-sinistra ha vinto...ma senza merito, grazie ad un'autorete degli avversari...l'Italia resta fondamentalmente un paese moderato.

                                                                                           Felice Marino

venerdì 29 aprile 2011

Bistrot Philo 13a puntata. "I figli delle coppie omosessuali"

Ecco lo spunto della XIIIa puntata del Bistrot Philo che andrà in onda giovedi 5 Maggio alle ore 2200. Lasciate un commento se credete.


I FIGLI DELLE COPPIE OMOSESSUALI

Recenti indagini, condotte in America da istituti psichiatrici di ricerca, hanno constatato che bambini cresciuti da coppie omosessuali non presentano disturbi di personalità più significativi rispetto a bambini cresciuti da coppie eterosessuali. Sembra infatti che più dei processi d’identificazione con le figure genitoriali contino, per una crescita equilibrata, le condizioni di vita e soprattutto l’amore.
Per quanto poi riguarda il processo d’identificazione, occorre dire che si tratta di una ipotesi psicoanalitica, secondo la quale il bambino acquisisce la sua “identità” modellandosi sul genitore dello stesso sesso e la sua capacità di “relazione” desiderando il genitore del sesso opposto. Questa teoria, a tutti nota come “complesso di Edipo”, Freud l’ha limitata all’organizzazione della struttura familiare come si è costituita in Occidente, chiamando “eso-edipiche” le condizioni di crescita in altre culture, soprattutto africane, dove i bambini, maschi o femmine che siano, vengono affidati fin dalla nascita al gruppo delle donne, per poi concedere ai maschi, capaci di superare le prove iniziatiche che talvolta mettono a rischio la vita, l’ingresso nella comunità degli adulti. Anche questa procedura “eso-edipica” non impedisce la costruzione di una identità sessuale, pur in assenza di una crescita all’interno di una coppia eterosessuale.
Se la coppia eterosessuale fosse davvero una garanzia per l’identità sessuale futura dei figli, non ci sarebbero omosessuali tra quanti sono cresciuti con un padre e una madre come il nostro costume familiare prevede.
E che dire poi dei bambini cresciuti negli orfanotrofi, dove non ci sono né padri, né madri, e talvolta neppure troppe cure e attenzioni? E di quanti perdono il padre e la madre, o entrambi, in tenera età, o che, a seguito di separazioni e divorzi, vivono con la sola madre o il solo padre, o tra padri e madri che non smettono di litigare e di usare reciprocamente ricatti e violenze?
Forse l’identità si costruisce, oltre che con i processi di identificazione, anche e soprattutto a partire dai contesti d’amore e di cura in cui il bambino viene a trovarsi. E non credo che l’amore e la cura siano prerogative esclusive delle coppie eterosessuali, che spesso, per effetto di separazioni e divorzi, non esitano a consegnare i figli ad altre figure genitoriali, rendendo non poco complicato il processo d’identificazione.
L’uomo è costruito in modo meno meccanicistico di quanto alcune teorie psicoanalitiche vogliono farci credere. Le sue capacità di adattamento superano di gran lunga gli schemi che psicologi e pedagogisti prevedono. Di una sola cosa, non solo i bambini, ma tutti quanti noi, non possiamo fare a meno per vivere. E questa cosa si chiama amore, da qualsiasi persona provenga. Le distinzioni vengono dopo, ma molto dopo.
                                                                                             U. Galimberti

Nel mondo dell'incredibile. 5a puntata. Estratto: Teatro e superstizione

TEATRO E SUPERSTIZIONE

Per molti attori, le espressioni contenute nel messaggio d’auguri per la Prima sono molto importanti. Per esempio, si considera accettabile augurare all’attore “una gran serata” o che faccia “venir giù il teatro a forza d’applausi”; ma sperare che abbia “una buona serie di repliche” è una frase infelice. Molti attori sono particolarmente affezionati ai portafortuna, come un talismano o una bambola associati con un precedente periodo di prosperità.
Eduardo De Filippo interpretava come cattivo presagio il fatto che si fermasse un orologio; se scorgeva qualcuno con le gambe accavallate, distoglieva subito lo sguardo, perché “ gamba accavallata porta male”. Vittorio De Sica e Wanda Osiris, invece, hanno sempre detestato il viola.
Gli ombrelli e i pettini in se stessi non sono ritenuti di malaugurio, ma lasciar cadere un pettine o un ombrello sul palcoscenico equivale a cercare guai.
Alcune delle azioni più curiose hanno luogo lontano dalla ribalta, nei camerini. Rovesciare un cofanetto da trucco porta sfortuna. Ma forse il peggior presagio di tutti si ha quando qualcuno fischietta nei camerini: significa che un membro della compagnia resterà presto senza lavoro. Una prova generale che vada perfettamente liscia “porta male”, mentre una che sia piena di problemi preannuncia una buona Prima.
Il sipario è altamente simbolico, in quanto costituisce la barriera tra l’attore e il suo pubblico, e vi sono vari tabù legati ad esso: per molti sbirciare fuori tra le sue pieghe porta sempre sfortuna. Le tende che fanno parte della scenografia non devono mai essere gialle. In verità, gli scenografi teatrali devono stare alla larga dal giallo, per quanto è possibile, perché per molti attori è un colore sfortunato. Altri non sopportano che qualcuno porti il viola.