sabato 4 febbraio 2012

A cosa serve la politica?

Da qualche anno a questa parte Piero Angela pare avere abbandonato la scrittura di testi prettamente scientifici a vantaggio di testi un pò più indirizzati alle dinamiche sociali e del vivere comune. A tal proposito ho trovato molto interessante il suo ultimo saggio dal titolo “A cosa serve la politica?”, uno scritto di una attualità totale che ho condiviso in gran parte.
Il libro si apre con un esempio molto esplicativo. Prendiamo in considerazione due paesi come Svezia e Turchia, il primo con un reddito pro capite di 28000 euro, il secondo di soli 9000 euro. Ora se un politico turco alla vigilia delle elezioni prospettasse salari svedesi, ma anche pensioni, assistenza, asili nido ed ospedali di tipo svedese, potrebbe mantenere le sue promesse? Basterebbe che i cittadini turchi riempissero le piazze di cortei e scioperassero ad oltranza per ottenerli? Ovviamente no. Ebbene quanto ha inciso storicamente la politica perché tra Svezia e Turchia ci fosse un gap così evidente? In sostanza cosa fa sì che la Svezia sia la Svezia e la Turchia sia la Turchia?
In realtà dietro ogni paese si nasconde una macchina invisibile, racchiusa nel cervello degli individui, e che proietta nella società il suo sapere ed il suo saper fare. E’ la proiezione della nostra educazione, cultura, creatività, capacità imprenditoriale, organizzazione e dei nostri valori. Certe cose non si possono trasferire di colpo da un “ecosistema” ad un altro. Si possono trasferire i macchinari ma non i saperi. E sono questi ultimi a fare la differenza. La politica dunque gioca un ruolo solo se riesce a stimolare ed a far crescere questi saperi, di conseguenza la produzione di ricchezza e l’attrazione di investimenti.
Se guardiamo all’Italia si vede subito la mancanza di una politica moderna che sappia non solo distribuire ricchezza, ma anche aiutare a crearla valorizzando tutte quelle attività utili in tal senso: istruzione, ricerca, valori, pubblica amministrazione e quant’altro. E’ incredibile allora come in una società che vuole essere moderna e competitiva possa esistere in realtà una ricerca umiliata, un merito negato, dei valori calpestati, pochissimo sostegno all’innovazione creativa e all’eccellenza.
Basta pensare che attualmente in Italia gli addetti all’agricoltura sono intorno al 4 per cento della popolazione attiva, ma producono infinitamente più cibo del 78 per cento di contadini che il nostro paese annoverava nel 1861. Addirittura negli Stati Uniti oggi basta l’1 per cento della popolazione attiva per produrre cibo in abbondanza per tutti ed esportarne milioni di tonnellate. Anche gli addetti all’industria hanno cominciato a diminuire sempre più a partire dagli anni Settanta in avanti. Questo perché le macchine hanno sostituito progressivamente il lavoro umano. Succede allora che paradossalmente più un paese è industrializzato meno sono gli addetti all’industria. Ecco quindi che questa maggiore efficienza nel produrre cibo ed oggetti ha permesso ad un numero crescente di persone di trasferirsi in settori nuovi o in espansione: il cosiddetto terziario o terziario avanzato, si tratta cioè di lavoro prevalentemente intellettuale.
Il terziario è il tipico settore delle società avanzate, dove si trova tutto ciò che non è agricoltura o industria: per esempio i commerci, le banche, la sanità, lo sport, il turismo, l’informazione, l’arte, la ricerca etc. Nel terziario si sono creati milioni di posti di lavoro.
Secondo Angela nel nostro paese è ancora molto radicata l’idea che siano i programmi politici a cambiare le cose, che siano gli ideali, l’impegno, le lotte, a rendere possibili i cambiamenti. Questo è sicuramente vero per la distribuzione della ricchezza, per la giustizia sociale, per la protezione dei più deboli, per la difesa della democrazia. Se però si vuole portare il paese verso un vero sviluppo economico, occorre agire su quelle leve che lo rendono effettivamente possibile. Bisogna cioè equilibrare produzione e distribuzione di ricchezza. In Italia la politica appare completamente sbilanciata su come distribuire la ricchezza, è latitante invece sulla produzione di ricchezza, fino ad arrivare a distribuire più di quello che viene prodotto. Ecco allora che si ricorre al debito e si và in rosso, sempre più in rosso, in profondo rosso.
La storia recente ci dice che ricchezza e nuove tecnologie vanno di pari passo. Come può l’economia, specialmente nel nostro paese, andarsene per conto suo senza costantemente occuparsi e preoccuparsi della ricerca, che le fornisce le gambe per camminare? Insomma l’invenzione (e la ricerca che c’è alle spalle) sono, molto più di quanto si pensi, un fattore rivoluzionario nel cambiamento economico di una società. L’economia, come la politica, è molto importante per stimolare e guidare questo cambiamento, per orientare e gestire le trasformazioni che stanno avvenendo, ma senza tecnologia l’economia e la politica sarebbero prive del braccio operativo e non potrebbero cambiare molto la società. Ecco perché è pura follia quello che la politica sta facendo nel nostro paese, cioè investire poco o male in ricerca, lasciarsi scappare le menti migliori, non premiare il merito, non attrarre i ricercatori stranieri.
Noi non ce ne stiamo ancora accorgendo, ma in Asia sta crescendo una nuova generazione fortemente motivata a svettare, sottoposta a una severa selezione negli studi affinchè i migliori emergano. Da tempo è così in Giappone. In Corea del Sud lo sforzo educativo è in pieno sviluppo, le università indiane e cinesi hanno già sfornato scienziati di altissimo livello che occupano posizioni importanti negli Stati Uniti (e molti cinesi stanno ora rientrando per contribuire al boom del loro paese). Sono società che hanno capito l’immenso valore dei cervelli quando vengono messi in grado di esprimere al massimo la loro intelligenza, creatività, competenza.
Al contrario ancora oggi due terzi degli italiani adulti non comprano e non leggono libri. Su 50 milioni di abitanti adulti, 15 milioni sono lettori saltuari e soltanto 4 milioni sono lettori abituali (meno di un italiano su dodici). Non c’è da sorprendersi quindi se la politica che è in ogni caso espressione della società, spesso preoccupata solo di guadagnarsi il consenso per una rielezione, si muova in un’altra direzione.
Diretta conseguenza di tutto ciò è la cosiddetta de-meritocrazia. In Italia il merito non è sufficientemente riconosciuto. Le carriere sono spesso fortemente facilitate da conoscenze personali, da connessioni familiari, da amicizie, da appartenenze politiche. Se al contrario un paese premia il merito a tutti i livelli crea le condizioni per migliorare il funzionamento della società e questo aiuta a migliorare anche la sua competitività. Questi parametri contano quando a livello internazionale si dà un giudizio sulla vitalità del nostro paese, e quindi sull’attrazione e l’affidabilità che possono avere, ad esempio, i nostri titoli di Stato. L’European House dello Studio Ambrosetti di Milano ha pubblicato uno studio proprio sul problema del merito in Italia dal quale si evincono i principali elementi che tolgono spazio al merito: l’affiliazione (in particolare il nepotismo e la raccomandazione), gli automatismi, quando l’avanzamento nella carriera poggia solamente sull’anzianità di servizio, la circolarità, quando c’è conflitto d’interesse tra controllori e controllati (per esempio quando i componenti di enti o agenzie che dovrebbero controllare l’attività governativa vengono nominati dal governo stesso) e l’opacità, cioè la mancanza di trasparenza nelle assunzioni e nelle promozioni, quando sfuggono a criteri di chiarezza e lasciano spazio a scelte discrezionali. Una ricerca in tal proposito rivela l’ampiezza di questo fenomeno: un italiano su due dichiara di aver trovato lavoro grazie ad amicizie/raccomandazioni; solo il 5 per cento lo ha fatto attraverso agenzie o cacciatori di teste. Inoltre un italiano su quattro si rivolge ad un politico per ottenere la soluzione di un suo problema. In questo contesto la politica ha una gravissima responsabilità, perché la de-meritocrazia che impera da noi è uno di quegli inquinamenti che avvelenano “l’ecosistema” nel quale viviamo, e ci rende più vulnerabili, anche nei confronti della competizione internazionale.
Troppo spesso la classe politica non premia il merito ma l’appartenenza, l’affiliazione. In questo modo infatti può piantare ogni volta una bandierina, propria o del partito. Questo non vale solo per i livelli alti, ma scende fino giù a quelli più bassi. I liberi pensatori sono visti come una minaccia per i clan del consenso, vengono sistematicamente preferiti gli yes men (quelli che dicono sempre di si).
In tal modo la politica è penetrata profondamente nell’apparato pubblico, gonfiando a dismisura la burocrazia. Da uno studio della UIL emerge che in Italia ben 1 milione e trecentomila persone vivono di politica, se si aggiungono i loro familiari si arriva ad una cifra molto consistente. Inoltre rispetto agli altri paesi europei l’Italia spende il 30 per cento in più per la politica.
La conoscenza sempre più diffusa di questo fenomeno, grazie ad una campagna stampa molto aggressiva in tal senso, ha prodotto oggi una generale tendenza a colpevolizzare in blocco tutti coloro che fanno politica. In realtà ci sono tantissime persone che si dedicano con passione e spirito di servizio alla politica. Ad ogni livello esistono persone che si impegnano seriamente senza trarre vantaggi personali, cercando di dare il proprio contributo alla collettività. E sono proprio loro i primi a soffrire per la pessima reputazione della classe politica italiana e per l’esempio che essa dà al paese. Leggiamo tutti i giorni dei suoi costi altissimi, dei privilegi di cui gode, delle accuse di corruzione, delle garanzie e delle impunità di cui godono i suoi membri, al di là della decenza. E non è certo piacevole trovarsi accomunati a questo mucchio.
Il problema vero restano tuttavia i risultati. L’attuale tipo di politica è dannosa perché non produce ricchezza per il paese, non crea le condizioni per uno sviluppo adatto alle sfide del mondo moderno, soprattutto riempie il paese di debiti.
In definitiva non può essere messo in discussione il fondamentale ruolo della politica, ma questo và inteso nel senso di delineare gli scenari strategici futuri, nelle scelte di fondo, nel sostegno a tutto ciò che può garantire crescita e ricchezza, oltre che una sua, quanto più equa possibile, distribuzione. La politica dovrebbe limitarsi  ad un ruolo di indirizzo e di guida quindi, oltre che di presidio delle garanzie democratiche. Dovrebbe essere più agile nel suo apparato, meno articolata, senza “professionisti” del mestiere. Non dovrebbe mai sostituirsi all’economia, diventare ingerente, peggio ancora diventare tutt’uno.

                                                    Felice Marino
                                                 aliama1@yahoo.it

venerdì 30 dicembre 2011

L' IMPERATORE DEL MALE

La malattia del cancro è descritta da almeno quattromila anni e continua a rappresentare ai giorni d’oggi una delle più grandi piaghe per gli esseri viventi, si calcola che mediamente ogni anno circa otto milioni di persone in tutto il mondo ne muoiano.  “L’imperatore del male”, premio Pulitzer per la saggistica nel 2011, di Siddharta Mukherjee, ricercatore oncologo e docente alla Columbia University, è il racconto dell’epica lotta contro questa malattia. Si tratta di una guerra millenaria fatta di incessanti battaglie, piccole vittorie e grandi sconfitte, combattuta da medici ed eroi, da geni della ricerca ma soprattutto da gente comune.
Il cancro si avvia oggi a diventare rapidamente la prima causa di morte al mondo e questo tuttavia dipende prevalentemente da un progressivo aumento dell’età media e dell’aspettativa di vita. Infatti l’aumento dell’incidenza del cancro, in particolare di alcuni tipi di cancro, dipende dal fatto che nelle società antiche le persone non vivevano abbastanza a lungo per ammalarsene. La civilizzazione più che causare il cancro lo ha reso più visibile, mentre sicuramente ha inciso sul cambiamento dello spettro dei tumori aumentando l’incidenza di alcuni, riducendo l’incidenza di altri. Il cancro allo stomaco, ad esempio, è stato sicuramente molto più diffuso in certe fasce di popolazione fino alla fine del diciannovesimo secolo, probabilmente a causa della presenza di sostanze cancerogene nei conservanti. Al contrario l’incidenza di cancro ai polmoni è drammaticamente aumentata a partire dagli anni Cinquanta come risultato dell’inquinamento atmosferico e della diffusione delle sigarette all’inizio del ventesimo secolo, e deve ancora raggiungere il picco più alto.
In realtà il cancro non è una malattia, ma un complesso di malattie che hanno un’origine e spesso manifestazioni diverse. Le chiamiamo tutte “cancro” perché hanno in comune una caratteristica fondamentale: una crescita cellulare abnorme e la capacità di queste cellule di migrare producendo delle metastasi.
All’inizio del secolo scorso l’approccio al cancro era praticamente solo chirurgico. I sostenitori della chirurgia radicale, molto in voga per un lungo periodo, si erano illusi del fatto che per evitare le metastasi o le recidive fosse necessario asportare chirurgicamente i tumori ben al di là della loro estensione, sottoponendo i pazienti ad interventi tanto inutili quanto macabri e fisicamente devastanti. Successivamente i pionieri della moderna chemioterapia ( terapia a base di sostanze chimiche ), nata quasi casualmente a partire dalle centinaia di sostanze chimiche sviluppate inizialmente dall’industria tessile per colorare i tessuti di cotone, credettero, a partire da Sidney Farber in poi, alla possibilità  che esistesse una sorta di pallottola magica nel trattamento del cancro, costituita da uno o più farmaci somministrati contemporaneamente. Ciò li espose, fatto salvo piccoli successi, a numerosi e scoraggianti fallimenti. Questi insuccessi avevano la loro origine tanto nella forza e nell’eclettismo del nemico quanto in una non conoscenza dello stesso. Si procedeva sostanzialmente alla cieca e per tentativi.
Ciò nonostante a partire dalla seconda metà del secolo scorso, sebbene si brancolasse praticamente nel buio, furono fatte scoperte degne di nota: l’attività degli antifolati e di altri chemioterapici nel trattamento delle leucemie; l’impiego vincente di raggi X e chemioterapici nel morbo di Hodgkin;  la terapia antiormonale nei tumori alla prostata ed al seno; la relazione tra la fuliggine ed il cancro allo scroto (il cancro degli spazzacamino); la relazione tra il fumo di sigaretta ed il cancro al polmone (una delle più forti dell’epidemiologia oncologica, durevole nel tempo e riproducibile studio dopo studio) così come quella tra l’esposizione all’amianto ed il mesotelioma (rara e maligna forma di tumore al polmone); la relazione possibile tra l’infiammazione prodotta dal virus dell’epatite ed il cancro al fegato così come quella causata dall’Helicobacter pylori ed il cancro allo stomaco. Tali scoperte hanno contribuito in alcuni casi ad una migliore gestione della malattia, sicuramente ad una fondamentale campagna di prevenzione, raramente a risoluzioni definitive, nonostante un sempre più vasto impiego negli anni di risorse e menti.
Quest’epoca quasi adolescenziale dell’oncologia si è di fatto chiusa negli anni Novanta. La disciplina si è progressivamente allontanata dalla sua infatuazione per soluzioni universali e cure radicali, affrontando finalmente questioni fondamentali sul cancro. Quali erano i principi di base che regolavano il comportamento di una specifica forma di cancro? Cosa c’era di comune a tutti i cancri, e cosa rendeva il tumore al seno diverso da quello al polmone o alla prostata? Potevano quei percorsi comuni o quelle differenze aprire nuove strade per la prevenzione e la cura del cancro? Occorreva rivolgersi alla biologia di base e ripartire da essa, occorreva cioè capire intimamente il cancro, i cancri, per poterli contrastare efficacemente.
Già all’inizio degli anni Cinquanta i ricercatori erano divisi in tre fazioni “in lotta”. I virologi sostenevano che erano i virus a causare il cancro, anche se nessuno di tali virus era stato identificato in studi umani. Gli epidemiologi sostenevano che erano sostanze esogene a causare il cancro, anche se non erano in grado di fornire una spiegazione meccanicistica per la loro teoria e nemmeno i risultati. La terza fazione era periferica nel dibattito e pensava ai geni interni alla cellula, senza la quantità di dati degli epidemiologi né le intuizioni sperimentali dei virologi. Nei decenni successivi, grazie agli enormi progressi compiuti nella biologia di base, si verificò che sia taluni virus in certi rari casi che alcune  sostanze endogene in altri erano in grado di produrre il cancro. In entrambi i casi però ciò avveniva attraverso una mutazione genetica, e questo non attraverso l’inserimento dall’esterno di geni estranei bensì attraverso l’attivazione di proto-oncogeni endogeni, cioè di geni normalmente presenti nel nostro DNA ove in individui sani presiedono a funzioni fisiologiche, prevalentemente legate alla riproduzione cellulare. In sostanza, come disse Varmus, premio Nobel per la medicina insieme a Bishop nel 1989, “ si è svelato che la cellula tumorale non è altro che una versione distorta di noi stessi”.
Le sostanze che provocano mutazioni nel DNA causano cancri perché alterano i proto-oncogeni cellulari. Questo chiarisce perché è possibile  che lo stesso genere di cancro possa colpire ad esempio fumatori e non fumatori, benché in percentuali diverse: entrambi hanno gli stessi proto-oncogeni nelle loro cellule, ma i fumatori si ammalano di cancro in una percentuale più alta perché le sostanze cancerogene nel tabacco aumentano il tasso di mutazione di questi geni.
Và aggiunto, come dimostrato da Vogelstein negli anni Novanta, che il cancro non nasce direttamente da una cellula normale. Il cancro spesso procede molto lentamente verso la propria evoluzione ultima, subendo una successione discreta di mutazioni ed accumulandole nel tempo, da una cellula pienamente normale ad una schiettamente maligna. Decenni prima che il cancro alla cervice evolva nella sua manifestazione ferocemente invasiva, nel tessuto è già possibile osservare un vortice di cellule non invasive e premaligne che muovono i primi passi nella loro terribile marcia verso il cancro (da qui deriva l’utilità del Pap Test) . In maniera simile cellule premaligne si riscontrano nei polmoni dei fumatori prima della comparsa di un tumore. Anche il cancro al colon progredisce per gradi e successive mutazioni, da una lesione premaligna non invasiva, detta adenoma, allo stadio terminale detto carcinoma invasivo.
Ora il passaggio da uno stadio premaligno a un cancro invasivo, grazie ai progressi della biochimica, può oggi essere correlato in maniera precisa all’attivazione ed alla disattivazione di nostri geni in una sequenza rigida e stereotipata. Perlomeno in una maniera molto semplificata, la quantità delle mutazioni è spesso scoraggiante. Tuttavia dalla metà degli anni Novanta ad oggi, grazie alle nuove tecniche di DNA ricombinante ed allo splicing ( l’inserimento di specifici geni nel genoma di specifici microrganismi, che permette di far produrre a questi ultimi determinate proteine con proprietà antigeniche in quantità industriali ), solo il National Cancer Institute americano ha identificato almeno una trentina di nuovi farmaci come terapie antitumorali mirate ed altri se ne stanno sviluppando. Alcuni disattivano direttamente gli oncogeni, altri i cicli cellulari attivati dagli oncogeni. Tutto ciò unitamente al perfezionamento delle tecniche chirurgiche e all’esperienza maturata sulla chemioterapia classica, ma soprattutto grazie ad una buona politica di prevenzione, ha prodotto tra il1990 ed il 2005 una riduzione della mortalità per cancro di circa il 15%. Un ottimo risultato, ma nessuna distrazione è consentita: c’è ancora molto da scoprire e la malattia trova sempre nuove strade, le campagne di prevenzione possono perdere la necessaria tensione e nemmeno il panorama delle sostanze cancerogene è statico. Abbiamo creato un universo chimico intorno a noi ed i nostri geni vengono sollecitati da molecole sempre diverse quali pesticidi, farmaci, cosmetici, materie plastiche, prodotti alimentari, perfino forme diverse di impulsi fisici, come le radiazioni ed il magnetismo. Alcune di queste sostanze ed impulsi saranno inevitabilmente cancerogeni ed è nostro compito non abbassare la guardia.
In sostanza, come afferma l’oncologo Harold Burstein, il cancro è l’interfaccia tra la società e la scienza. C’è una sfida biologica, che consiste nello sfruttare l’incredibile progresso delle conoscenze scientifiche per sconfiggere questa malattia antica e terribile, ed una sfida sociale, che consiste nel mettere in discussione le nostre abitudini, i nostri riti ed i nostri comportamenti. Sfortunatamente “ non si tratta di abitudini o comportamenti marginali rispetto alla società e  a noi stessi, ma di qualcosa che si trova proprio dentro di noi: cosa mangiamo e beviamo, cosa produciamo e diffondiamo nell’ambiente, quando scegliamo di riprodurci e come invecchiamo “.
Quindi poiché le mutazioni sono talvolta prodotte da qualcosa di ineludibile, che fa parte del nostro stesso vivere, e poiché tali mutazioni si accumulano inevitabilmente dentro di noi giorno dopo giorno, e’ possibile che siamo fatalmente congiunti a questa malattia cronica, costretti a giocare come il gatto con il topo. Dovremmo forse allora ridefinire l’idea di successo nella guerra contro il cancro. Come ha detto qualcuno “la morte in età avanzata è inevitabile, la morte prima dell’età avanzata no”. E allora se le morti per cancro possono essere prevenute prima di un’età troppo avanzata, se possiamo allungare sempre di più il terribile gioco di trattamento, resistenza, ricorrenza e altro trattamento, allora tutto questo trasformerà il modo in cui noi immaginiamo questa malattia antica. Sarebbe comunque una vittoria tecnologica sulla nostra inevitabilità, una vittoria sul nostro genoma.


                                                                       Felice Marino
                                                                    aliama1@yahoo.it

venerdì 18 novembre 2011

Bistrot Philo 17a puntata. "Lezioni di addio"


“La caratteristica di una vita morta è di essere una vita di cui l’altro diventa il guardiano” J.P. Sartre

I morti con cui abbiamo avuto una relazione, non importa se di amore o di odio, non muoiono mai. La loro morte, infatti, per quanto ritualizzata e lenita dalle parole che la retorica mette a disposizione, o da quegli indecenti applausi che accompagnano le bare, perché non siamo più capaci né di raccolto silenzio né di giuste parole, chiede innanzitutto il riconoscimento della loro esistenza e della nostra relazione.
Perché in una relazione, non importa se di amore o di odio, quando uno se ne va prima dell’altro, l’altro resterà per dire il suo nome, se non altro per non farlo semplicemente ri-morire. Altri infatti ci seppellisce, altri ci ricorda, altri ci dimentica. La nostra morte è un evento degli altri, perché chi muore non sente e non risponde più.
Qui la fedeltà consiste nell’arrendersi all’evidenza, nel prendere sul serio il non ascolto e la non risposta di chi se ne è andato.
Un invito a vivere fino in fondo le relazioni da vivi, perché, dopo la morte di uno dei due, la relazione si custodisce nell’interiorità di chi sopravvive, ma l’altro non risponde. E questa non risposta sigilla la nostra inoltrepassabile solitudine, che forse è la realtà ultima della nostra esistenza, che si rivela solo quando il nostro amico o nemico se ne va. Ma quando uno se ne va prima dell’altro, l’altro resterà per dire il suo nome, non per rievocarne la memoria, ma per custodirlo nell’interiorità.

                                                                   U. Galimberti

Questo "lo spunto" della 17a puntata del Bistrot Philo di giovedi 24 Novembre alle ore 2130, dedicata alla memoria di Micaela Iachetta scomparsa tragicamente una settimana fa all'età di 23 anni.
Potete partecipare lasciando un vostro pensiero su questo post o all'indirizzo di posta elettronica aliama1@yahoo.it

martedì 15 novembre 2011

Un ricordo di Miky

E’ difficile trovare le parole di fronte alla tragica morte di una ragazza di 23 anni, lo è ancora di più se con quella ragazza hai condiviso un’esperienza di vita rallegrandoti intimamente della spontaneità e della trasparenza tipica di quella età.
Durante la mia segreteria avevo da subito individuato in lei la persona più vicina al mio modo di pensare, le avevo affidato un ruolo di riferimento per i giovani, mi piaceva pensare a lei come futuro segretario in un tempo non tanto lontano. Mi avevano colpito la sua schiettezza, il coraggio di esprimere sempre la propria opinione ed un’innata capacità di cogliere istantaneamente gli stati d’animo di ciascuno.
Miky riassumeva in quel contesto gran parte di ciò che di bello vedevo intorno a me ed ancora oggi, a distanza di tempo dalle mie dimissioni, se penso a quel periodo il primo pensiero è per lei. Per me rappresentava un piccolo tesoro da proteggere e se possibile valorizzare. Non mi era sfuggito infatti il suo bisogno di trovare persone di cui potersi fidare, di cui avere fiducia, una fiducia che personalmente credo di non avere mai tradito.
La ricordo con affetto correre a scusarsi per essere arrivata in ritardo ad un corso che avevamo organizzato perché gli avevano “solo” rubato l’auto, o andare via con la bottiglia vuota dell’aperitivo che le avevo offerto in un briefing improvvisato, o ancora arrivare a votare al rinnovo del coordinamento all’ultimo secondo prendendosi gioco amabilmente delle mie ansie.
E’ stata l’unica persona che ho sentito prima della riunione che ha determinato le mie dimissioni e, quando mi ha espresso con franchezza un’idea diversa dalla mia, l’ho invitata a votarmi contro senza esitazione pur sapendo che avrei potuto condizionarla e che quel voto poteva essere determinante. Miky infatti veniva prima di tutto.
Abbiamo continuato a tenerci in contatto anche dopo che le strade si erano separate attraverso i social networks. Ne seguivo a distanza con affetto le evoluzioni e le avventure, rappresentando tra l’altro per me un’istruttiva e simpatica finestra sul mondo giovanile, con i suoi sogni ed i suoi disagi.
Improvvisamente però quella fiamma si è spenta, in maniera tragica e profondamente ingiusta. Mi mancherà, ci mancherà.
A tutti coloro che l’hanno conosciuta e le hanno voluto bene il compito di tenerne viva la memoria, se è vero come è vero che una persona è veramente morta solo quando l’ultima persona che l’ha conosciuta non c’è più. A noi tutti il compito di stringerci amorevolmente intorno ai suoi genitori ed ai suoi familiari.
Ciao Miky


                                                                       Felice Marino  

domenica 6 novembre 2011

Prevedibilmente irrazionale

PREVEDIBILMENTE IRRAZIONALE
Noi tutti siamo convinti di essere razionali e le teorie economiche tradizionali si fondano proprio su questo assunto, o meglio sull’idea semplice ed irresistibile che noi siamo capaci di prendere le decisioni giuste per noi stessi. Nel suo libro “Prevedibilmente irrazionale” Dan Ariely, esperto di economia comportamentale, tratta al contrario il tema dell’irrazionalità dell’uomo, della sua distanza dalla perfezione. Anzi la tesi è che non solo siamo irrazionali, ma lo siamo in modo prevedibile, nel senso che la nostra irrazionalità si manifesta allo stesso modo ed allo stesso modo si ripete. A supporto di questa tesi Ariely offre i risultati di una serie di studi comportamentali, da lui stesso effettuati, alcuni dei quali mi piace simpaticamente condividere con voi.
Raramente le persone scelgono le cose in termini assoluti. Noi non siamo provvisti di uno strumento di misura incorporato, una sorta di metro interiore, che ci dice quanto valgono le cose in sé. Mediamente mettiamo a fuoco il vantaggio relativo di una cosa rispetto ad un’altra e ne stimiamo il valore di conseguenza. Noi guardiamo sempre alle cose che ci circondano in relazione alle altre e non possiamo farci niente, così metteremo sempre a confronto lavori con altri lavori, vacanze con vacanze, amanti con amanti e vini con vini. Tuttavia noi non solo tendiamo a paragonare le cose l’una con l’altra ma tendiamo anche a paragonare tra loro le cose facilmente paragonabili evitando di fare lo stesso con altre che non è semplice paragonare e questo i venditori lo sanno bene.
Difficile? No, facciamo un esempio. Supponiamo che stiate per acquistare una casa in una nuova città. Il vostro agente immobiliare ve ne fa visitare tre, tutte e tre interessanti solo che una casa è moderna e due sono in stile coloniale (cosa per voi trascurabile ). Tutte e tre sono nella stessa fascia di prezzo e tutte e tre sono appetibili. L’unica differenza è che una delle due case coloniali (l’esca) ha bisogno di un tetto nuovo e il proprietario ha diminuito il prezzo di poche migliaia di euro per coprire la spesa aggiuntiva.
Quale scegliereste? Ci sono buone probabilità che non scegliate la casa moderna e non scegliate la casa coloniale che ha bisogno di un tetto nuovo, ma l’altra casa coloniale. Perché? Il fondamento logico ( piuttosto irrazionale ) è che a noi piace prendere decisioni sul confronto. Di conseguenza saremo portati a scartare la casa moderna, non confrontabile, ed a preferire la casa coloniale in migliori condizioni che ci sembrerà preferibile a quella con il tetto da rifare.
Facciamo un altro esempio dell’effetto esca. Supponiamo che stiate pianificando di andare in luna di miele in una capitale europea e che siate indecisi tra Parigi e Vienna, le vostre città preferite (la condizione deve essere che non abbiate un gradimento privilegiato in partenza). Ora l’agente di viaggio vi presenta il pacchetto per entrambe le città, che comprende biglietto aereo, sistemazione in hotel, giro turistico della città e prima colazione inclusa. Supponiamo adesso che vi offrano in aggiunta una terza opzione e cioè Parigi senza colazione inclusa e senza una rilevabile differenza di prezzo (l’esca). Ci sono buone probabilità che scegliate Parigi con la colazione. Il meccanismo è sempre lo stesso, irrazionale e prevedibile.
Andiamo oltre. Non è un segreto: ricevere qualcosa gratuitamente è una gran bella sensazione. Si scopre che zero non è un prezzo come un altro. La parola GRATIS ci da una tale carica emotiva che percepiamo l’oggetto offerto come se valesse molto di più di quanto vale in realtà. Probabilmente dipende dal fatto che gli esseri umani hanno una paura intrinseca della perdita. Il fascino della parola GRATIS è legato a questa paura. Pensiamo ad esempio alle librerie on line che talvolta offrono la spedizione GRATIS a patto che si acquisti un libro in più o che si raggiunga un certo tetto di spesa. E’ probabile che una buona parte dei potenziali acquirenti pur non desiderando due libri siano disposti ad acquistarli pur di ottenere quella spedizione GRATIS. E’ molto facile cadere nella trappola di acquistare qualcosa che magari non si desidera per via di quella sostanza appiccicosa che si chiama GRATIS. La differenza tra due centesimi ed un centesimo è minima, ma la differenza tra un centesimo e zero è enorme.
Un’altra caratteristica umana è la tendenza ad attaccarci immediatamente a ciò che abbiamo, il caro prezzo della proprietà. In effetti la proprietà virtuale è la molla principale della pubblicità. Vediamo una coppia felice su un’auto sportiva decappottabile e immaginiamo di essere al loro posto. Riceviamo il catalogo di un famoso marchio d’abbigliamento, vediamo un capo che ci piace e immediatamente cominciamo a pensarlo nostro. Diventiamo proprietari parziali dell’oggetto anche prima di possederlo e c’e’ un altro modo di essere attirati nella trappola della proprietà. Spesso le aziende offrono promozioni “di prova”. Se abbiamo acquistato l’abbonamento al pacchetto base di programmi di una tv satellitare, ci possono allettare con una promozione speciale in cui il pacchetto completo ci viene offerto per tre mesi a 15 euro mensili invece che a 60. Ci diciamo che è comunque una prova e possiamo sempre tornare al pacchetto base una volta trascorsi i tre mesi. Ma una volta provato il pacchetto completo lo sentiamo subito nostro. Molti non torneranno più al pacchetto base. Un altro esempio dello stesso stratagemma è la formula “soddisfatti o rimborsati entro 30 giorni”.
Un’ultima considerazione, tra le tante offerte da questo interessante e divertente libro, riguarda gli effetti delle aspettative. Se dite prima a qualcuno che una cosa può non piacergli, ci sono buone probabilità che finisca per darvi ragione, non perché glielo dice l’esperienza ma a causa delle sue aspettative. Un po’ di anni fa alcuni studenti universitari americani furono coinvolti da Ariely in un semplice esperimento. Per una settimana fu offerto loro una tazza di caffè in cambio della loro disponibilità a rispondere ad alcune domande sulla miscela. Si formò subito la coda. Ricevuta la tazza di caffè veniva indicato agli studenti un tavolo su cui erano disposti latte, panna, zucchero bianco e di canna da aggiungere a piacimento alla bevanda. Sul tavolo c’erano anche alcuni ingredienti esotici (paprica dolce, noce moscata, chiodi di garofano etc.) pensati per lo stesso uso. Quindi veniva consegnato ai ragazzi un breve questionario dove avrebbero dovuto indicare quanto gli era piaciuto il caffè, se in futuro avrebbero voluto trovarlo a mensa e se sarebbero stati disposti a pagare per quel tipo di miscela. Durante la settimana furono cambiati quotidianamente solo i contenitori degli ingredienti esotici, passando da alcuni lussuosi ad altri meno, fino a semplici contenitori di polistirolo. La cosa incredibile è che nessuno utilizzò gli ingredienti esotici, ma se questi erano presentati in contenitori lussuosi era più probabile che gli studenti dicessero che il caffè gli piaceva molto e che sarebbero stati disposti anche a pagare per averlo. Se l’atmosfera al contrario era di basso livello anche il caffè veniva percepito come tale. Inutile ribadire che il caffè era sempre lo stesso.
Sostanzialmente quando crediamo che una cosa sia buona, in genere lo sarà. E quando crediamo che una cosa sia cattiva, lo sarà allo stesso modo. Ma quanto sono profonde queste influenze? Si limitano a cambiare le nostre convinzioni o cambiano anche la fisiologia dell’esperienza stessa? In altre parole, la conoscenza modifica realmente l’attività neurale alla base del gusto così che quando ci aspettiamo che una cosa sia buona (o cattiva) finirà per avere proprio quel gusto? Altri esperimenti in questo senso sembrano avvalorare proprio quest’ ultima tesi.
In definitiva certamente irrazionali, ma prevedibilmente irrazionali.

                                                                    Felice Marino
                                                                  aliama1@yahoo.it

sabato 15 ottobre 2011

Bistrot Philo 16a puntata. "L'arte è rivelazione filosofica in oggetti"

Che cos’è l’arte? Quale differenza si pone tra arte e filosofia?
Secondo Friedrich Schelling ( 1775-1854 ) ogni opera d’arte è sia un oggetto concreto sia un prodotto dello spirito. Infatti ogni creazione artistica prevede la presenza sia del mestiere, ossia di un’efficace capacità manipolativa del reale, sia dell’ispirazione, un fattore del tutto immateriale e spirituale. E mentre il mestiere si acquisisce con l’esperienza, l’ispirazione è suggerita dall’inconscio, sembra provenire dall’esterno, dalla natura stessa. L’arte, in conclusione, nasce dalla perfetta confluenza di spirito e materia, conscio ed inconscio, mente e oggetto. Quindi l’intuizione estetica rappresenta una forma di conoscenza altrettanto valida di quella logico-discorsiva. Anzi, per questo suo carattere globale e totalizzante, l’arte si avvicina alla verità più della filosofia stessa. Mentre con la filosofia l’uomo giunge al vero attraverso la ragione, creando o fruendo dell’arte egli vi si avvicina con tutto il suo essere. Per questo l’arte è obiettiva e gode di una validità universale, una capacità di comunicazione superiore a qualsiasi altro strumento intellettuale.
Da L’idealismo trascendentale…”Se l’intuizione estetica non è se non l’intuizione intellettuale divenuta oggettiva, s’intende da sé che l’arte sia l’unico vero ed eterno organo e documento insieme alla filosofia, il quale sempre e continuamente di nuovo attesta quel che la filosofia non può rappresentare esternamente, cioè l’inconscio nell’agire e nel produrre e la sua originaria identità con il conscio.
L’arte appunto perciò è per il filosofo quanto vi è di più alto, poiché essa gli apre il santuario, dove in eterna unione arde come in una sola fiamma ciò che nella natura e nella storia è separato, e ciò che nella vita e nell’azione e nel pensiero deve fuggire se stesso eternamente. La visione che il filosofo si fa artificialmente della natura è per l’arte la visione originaria è naturale”….

Questo il tema della 16a puntata del Bistrot Philo in onda giovedi 27 Ottobre alle 21 su Radioantares. Ogni contributo, di qualunque tipo, è ben accetto.

lunedì 10 ottobre 2011

La civiltà dell'empatia

LA CIVILTA’ DELL’EMPATIA

Cos’e’ l’empatia? Il termine empatia deriva dalla parola tedesca Einfuhlung e si riferiva un tempo alla modalità con cui l’osservatore proietta le proprie emozioni su un oggetto di adorazione o contemplazione, ed è un modo per spiegare come l’individuo giunga ad apprezzare e a godere della bellezza, per esempio, di un’opera d’arte. Ma in seguito è stato sempre più utilizzato per descrivere il processo mentale attraverso cui l’individuo si immedesima in un altro essere vivente, arrivando a conoscerne i sentimenti ed i pensieri. Nel secolo scorso si sviluppò un crescente interesse per il significato e gli effetti dell’empatia sulla coscienza e sullo sviluppo sociale. Questo interesse è esploso nell’ultimo decennio, quando l’empatia è diventata un argomento di grande importanza per molte discipline, dalla medicina alla gestione delle risorse umane.
 Grande è stato l’entusiasmo dei biologi alla notizia della scoperta dei “neuroni specchio”, i cosiddetti “neuroni dell’empatia”, che dimostrano la predisposizione genetica alla risposta empatica e quindi alla socialità in alcuni mammiferi. L’ empatia può estendersi e svilupparsi a partire dal senso di sé, dall’autocoscienza. Più è sviluppato e individualizzato il sé, più è grande la nostra percezione dell’unicità e caducità dell’esistenza, della nostra solitudine esistenziale e dell’infinità di sfide che dobbiamo affrontare per esistere e prosperare. Sono questi nostri sentimenti che ci permettono di provare empatia per sentimenti simili degli altri.
Cosa ci dice questo a proposito della natura umana? E’ possibile che l’uomo non sia intrinsecamente malvagio o egoista e materialista, ma che abbia una natura del tutto diversa, empatica appunto, e che le altre pulsioni che abbiamo considerato primarie (aggressività, violenza, comportamento egoista, atteggiamento di appropriazione) siano in realtà pulsioni secondarie derivate dal reprimere o negare il nostro istinto primordiale? Se così fosse le implicazioni nell’interpretazione del nostro schema sociale  sarebbero enormi e delineerebbero scenari estremamente affascinanti per il futuro. Ne è convinto Jeremy Rifkin (pensatore sociale e consigliere di vari capi di stato in tutto il mondo) ed intorno a questa riflessione si sviluppa il suo ultimo libro dal titolo “La civiltà dell’empatia”.
In effetti psicologi come William Fairbairn, Heinz Kohut, Donald W. Winnicott e Ian Suttie, demolendo la premessa freudiana che vuole il bambino nato per espropriare e distruggere spinto dalla libido, hanno suggerito che è la socialità la pulsione primaria e che libido, aggressione e distruzione costituiscono una risposta compensatoria alla frustrazione del più fondamentale dei bisogni umani. L’idea che il desiderio di un neonato non ancora formato per la propria madre fosse sessualizzato fin dall’inizio della vita e che la sessualizzazione si estendesse poi a tutte le relazioni che l’individuo avrebbe creato in seguito, anche nella vita adulta, pareva a costoro in contrasto con il buonsenso e l’esperienza emotiva della gran parte delle persone. Ian Suttie afferma che è il gioco la più importante attività sociale, quella attraverso cui creiamo comunione, generiamo fiducia reciproca,esercitiamo l’immaginazione e la creatività individuali, sviluppiamo l’empatia. Il gioco è l’ambito nel quale superiamo il senso di solitudine esistenziale e ritroviamo il sentimento di comunione che abbiamo scoperto con il nostro compagno di giochi primordiale: nostra madre. Solo se la madre rifiuta di concedersi al bambino, o ne respinge i gesti d’affetto o i doni, l’angoscia, l’odio, l’aggressività, che Freud confonde con una pulsione primaria, e la volontà di potenza cominciano a manifestarsi.
Se diamo per buona questa premessa, che Rifkin utilizza per rileggere e rivisitare l’intera vicenda umana, appare evidente che l’estensione empatica è l’unica disposizione umana che crea una vera eguaglianza fra le persone. Sono le gerarchie di status a creare le diseguaglianze attraverso la rivendicazione di autorità sugli altri. Una società molto stratificata è generalmente carente di coscienza empatica, perché è segmentata in tali e tanti gradi di status da limitare la capacità del singolo di empatizzare al di fuori del proprio gruppo di appartenenza, sia verso l’alto sia verso il basso della gerarchia. Al contrario nelle società complesse,  nelle quali la differenziazione ed il senso di sé sono ben sviluppati, dove la maggior parte degli individui vive la propria vita quotidiana al di sopra della soglia del benessere, ma i differenziali di reddito sono contenuti, la gente è generalmente più felice, più tollerante, meno invidiosa e più empatica verso gli altri: pensiamo a paesi come Svezia, Norvegia o Danimarca.
E allora in un mondo in cui sempre più persone vivono al di sopra della soglia del benessere ed in cui internet, le nuove tecnologie e le comunicazioni in genere, favoriscono la condivisione della conoscenza, delle esperienze e quant’altro, pare che il genere umano possa avviarsi rapidamente verso quello che Rifkin definisce “il picco dell’empatia globale”. Parrebbe, e probabilmente lo è, una condizione ottimale, se non fosse che siamo arrivati a questo punto attraverso  un irreversibile consumo di risorse ambientali e che questo rischi di produrre un cataclisma in grado di mettere a rischio la nostra stessa sopravvivenza. La risoluzione del paradosso empatia-entropia sarà molto probabilmente il banco di prova definitivo della capacità umana di sopravvivere e prosperare in futuro sulla Terra. Traduco: saremo in grado di approdare finalmente ad una società globale più giusta e solidale abbastanza rapidamente da evitare che il perpetuarsi di una condotta egoista e maldestra (forse male necessario per arrivare a questo punto) ci condanni al disastro?
Secondo Rifkin il raggiungimento dell’obiettivo passerà attraverso una sorta di terza rivoluzione industriale, un grande cambiamento che, come sempre nella storia, coniugherà un nuovo regime energetico con una rivoluzione della comunicazione, creando un ambiente sociale completamente nuovo. La terza rivoluzione industriale poggerà su quattro pilastri. Le forme rinnovabili di energia ( solare, eolica, idroelettrica, geotermica, oceanica e da biomassa ) rappresentano il primo dei quattro pilastri. Il secondo pilastro è rappresentato dal settore delle costruzioni, in futuro infatti ogni edificio sarà anche una sorta di “centrale elettrica”. L’effettiva implementazione dei primi due pilastri della terza rivoluzione industriale ( le energie rinnovabili ed il concetto di edifici come centrali elettriche ) necessiterà del simultaneo intervento di un terzo elemento. Per massimizzare infatti l’utilizzo delle energie rinnovabili e minimizzarne il costo sarà necessario sviluppare metodi di immagazzinamento dell’energia che ne rendano più affidabile e meno intermittente il flusso. Tutto potrebbe ruotare intorno all’idrogeno, da oltre trent’anni infatti le navicelle spaziali sono alimentate da innovative celle a combustibile a idrogeno. Ecco come funziona: le fonti di energia rinnovabili vengono utilizzate per produrre elettricità; l’elettricità a sua volta può essere utilizzata, attraverso un processo di elettrolisi, per scindere l’acqua in idrogeno ed ossigeno. Una società fondata sulle energie rinnovabili quindi sarà possibile nella misura in cui una parte dell’energia prodotta potrà essere stoccata sottoforma di idrogeno. Infine il quarto pilastro consiste nella riconfigurazione elettrica sulla falsariga della rete internet, così da permettere a famiglie ed imprese di produrre la propria energia  e di condividerla con altri. Sistemi che vanno in questa direzione sono in corso di sperimentazione presso società di distribuzione energetica in Europa, Stati Uniti, Giappone, Cina ed altri paesi. Le tecnologie di smart metering ( contatore intelligente ) permetteranno ai produttori locali di vendere più efficacemente la propria energia alla rete di distribuzione principale, oltre che di accedere alla rete per coprire il proprio fabbisogno in caso di necessità, rendendo bidirezionale il flusso dell’elettricità. La rete intelligente a generazione distribuita offrirà anche l’infrastruttura essenziale per realizzare la transizione dal motore a combustione interna alimentato da derivati del petrolio al veicolo elettrico alimentato a idrogeno e connettibile alla rete.
La democratizzazione dell’energia diventerà uno dei punti chiave della nuova visione sociale distribuita. L’accesso all’energia diventerà un diritto sociale inalienabile nell’era della terza rivoluzione industriale. Il Novecento ha visto l’estensione delle garanzie politiche e l’allargamento delle opportunità educative ed economiche a milioni di persone in tutto il mondo. Nel ventunesimo secolo anche l’accesso individuale all’energia diventerà un diritto sociale e umano: ogni essere umano deve avere il diritto e l’opportunità di produrre la propria energia localmente e di condividerla con altri in interreti locali, nazionali e continentali. Per una nuova generazione che sta crescendo in una società meno gerarchica e più interconnessa, la capacità di condividere e produrre la propria energia in una interrete a libero accesso sarà considerata un diritto ed una responsabilità primaria. Il passaggio dalle energie elitarie ( combustibili fossili ed uranio ) alle energie distribuite porterà il mondo fuori dalla geopolitica che ha caratterizzato il ventesimo secolo, per farlo entrare in una nuova politica della biosfera. L’avvento della terza rivoluzione industriale farà molto per allentare le crescenti tensioni sull’accesso ad un’offerta sempre più limitata di idrocarburi e materiale fissile, contribuendo a facilitare una politica della biosfera basata sul senso di responsabilità collettiva per la salvaguardia degli ecosistemi terrestri.
Guardando al futuro Rifkin guarda in particolare all’Europa. Il vecchio sogno americano ed il più recente sogno europeo riflettono infatti due concezioni molto diverse della natura umana. Il primo privilegia l’autonomia dell’individuo e le opportunità a sua disposizione e mette l’accento sull’interesse materiale del singolo come mezzo per garantire sia la libertà personale sia la felicità. Il secondo non disdegna l’iniziativa personale e le opportunità economiche, ma tende ad attribuire altrettanta importanza al miglioramento della qualità della vita nell’intera società. Tale sogno è il riconoscimento del fatto che non si prospera da soli, in un isolamento autonomo, bensì in profondo rapporto con gli altri in uno spazio sociale condiviso. La qualità della vita mette l’accento sul bene comune come importante strumento per garantire la felicità a ogni membro della comunità. Ultimamente la qualità della vita è diventata un importante fattore di ripensamento di numerosi assunti fondamentali della teoria economica del Novecento, a cominciare dalla ossessiva rilevazione del prodotto interno lordo.
Succede allora che se i giovani idealisti un tempo cercavano spazio all’interno dei partiti politici, oggi si rivolgono più probabilmente alle organizzazioni della società civile, nella convinzione che l’accumulazione di capitale sociale ( un altro modo per definire il senso di un’empatia collettiva condivisa ) preceda l’accumulazione del capitale politico. E’ facile vedere come una generazione più collaborativa, abituata al social networking, possa sentirsi maggiormente a proprio agio nelle organizzazioni della società civile, che sono per loro natura cooperative, proiettate verso la gente comune, dinamiche e , perciò, molto più attraenti dei partiti politici e delle istituzioni pubbliche, che tendono a concentrare il potere e a essere più competitive e strumentali nelle interazioni umane. Nella misura in cui le future generazioni acquisiranno maggiori competenze nel creare capitale sociale e nell’estendere l’empatia in ambiti più inclusivi, i partiti politici e la pubblica amministrazione saranno costretti ad adeguarsi e ad assimilare il nuovo modo di pensare collaborativo che già si sta manifestando nella società civile.
In definitiva adattare il modello di mercato ed il modello sociale a una terza rivoluzione industriale distribuita e collaborativa sarà la questione politica più pressante dei prossimi cinquant’anni, quando i governi faranno proprio il nuovo sogno di creare una società fondata sulla qualità della vita in un mondo biosferico. Nell’economia del capitalismo distribuito dove la collaborazione prende il posto della competizione, i diritti di accesso diventano tanto importanti quanto quelli di proprietà, la qualità della vita ha la stessa priorità del successo economico personale, l’empatia trova spazio per svilupparsi e progredire: non è più costretta e limitata dalle gerarchie, dai confini esclusivi e da un concetto di natura umana che colloca l’egoismo, l’interesse particolare e l’utilità al centro dell’esperienza di vita.

                                                                       Felice Marino
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