sabato 12 maggio 2012

COSA RESTA DA SCOPRIRE

Molti di noi forse ricordano l’ultimo passaggio ravvicinato della cometa di Halley alla Terra nel 1986. Fu un passaggio meno favorevole per le osservazioni: la cometa non raggiunse la luminosità degli incontri precedenti, e , con l’aumento dell’inquinamento luminoso dovuto all’urbanizzazione, molte persone non la videro affatto. Spettacolare fu invece il passaggio del 1910: non solo fu la prima orbita della cometa per la quale esistono fotografie, ma fu anche un passaggio relativamente ravvicinato alla Terra, creò vedute spettacolari e la Terra passò attraverso la sua coda.
Il passaggio della cometa di Halley, che si verifica ogni settant’anni circa, è un evento spesso unico ed irripetibile nella vita di ciascuno di noi, così come un evento straordinariamente importante  per un astrofisico. Ecco allora che il prossimo passaggio della Halley ha stimolato la fantasia dell’astrofisico Giovanni Bignami, il quale nel suo recente saggio “Cosa resta da scoprire”, conscio dell’improbabilità di poter assistere nuovamente allo spettacolo, si chiede che mondo ci sarà dal punto di vista tecnologico e della conoscenza  nel 2062, come potranno cambiare le nostre abitudini e la nostra quotidianità, in definitiva: cosa resta da scoprire?
Tanto per cominciare Bignami fa un personale elenco delle scoperte che nell’ultimo secolo hanno cambiato “tutto”: La relatività generale (1915), la televisione (1927), la penicillina (1928), la fissione nucleare (1938), il computer (1941), la struttura del DNA (1953), il laser (1958), Internet (1989-1992), i pianeti extrasolari (1995), il genoma e la sua mappatura (1999-2003). Difficile dargli torto sul peso che queste scoperte hanno avuto sul cambiamento del nostro modo di vivere, ma se guardiamo al futuro cosa è possibile prevedere?
Per prima cosa guardiamo al cielo. Dal punto di vista dell’esplorazione spaziale ci sarà sicuramente un ritorno dell’uomo nello spazio profondo ed una intensificazione dello studio del nostro sistema solare e dei pianeti presenti nelle regioni galattiche a noi prossime, alla ricerca di pianeti simili al nostro e di altre forme di vita. L’esplorazione umana e quella robotica progrediranno in parallelo su obiettivi diversi. Bignami prevede un rapido passaggio per le navicelle del futuro dalla propulsione chimica a quella nucleare, in grado di proiettare l’uomo nello spazio profondo. Marte è il primo obiettivo, poi probabilmente le lune dei pianeti gassosi e poi ancora più lontano. Rispetto alla ricerca dei pianeti extrasolari lo scopo dichiarato è duplice. Da una parte capire se il fenomeno planetario intorno ad una stella  sia una cosa comune, e già adesso sembra proprio che lo sia. Dall’altra capire quanto siano comuni i pianeti rocciosi rispetto a quelli gassosi ed in generale la morfologia e l’evoluzione planetaria.
L’esplorazione dell’Universo però non può che andare di pari passo con un progresso nello studio e nella comprensione della sua materia e della sua energia.
Il pianeta Nettuno fu scoperto nel 1846 perché faceva sentire la sua attrazione gravitazionale su Urano. Insomma, anche se poi è stato osservato, Nettuno fu scoperto quando era ancora invisibile. Faceva sentire la sua presenza e quindi era prevedibile che esistesse. Qualcosa di simile, ma su scala immensamente più grande, sta succedendo sulle osservazioni su tutto l’Universo dal 1930 ad oggi. Il problema è lo stesso di quello posto da Urano e Nettuno: l’attrazione gravitazionale di una massa non vista. L’unica spiegazione possibile è che intorno alla materia luminosa, le stelle, ci sia dell’altra materia, invisibile almeno all’astronomia fino ad oggi, che la tenga a posto: la cosiddetta materia oscura. Qualcosa sappiamo di questa materia oscura, e cioè che non c’e’ nessuna, ma proprio nessuna possibilità, che sia fatta della stessa materia di cui siamo fatti noi. Non è tutto, infatti misure molto accurate ci dicono che l’Universo sta accelerando incredibilmente la sua espansione. E come se ci fosse una forza esterna che tiri o una interna che spinga, una specie di repulsione tra le galassie, quella che è stata battezzata energia oscura. Sia come energia pura, sia se trasformata in materia attraverso la celebre formula di Einstein, l’energia oscura rappresenta di gran lunga la componente più importante dell’Universo. Facendo due conti, viene fuori che sommando materia oscura ed energia oscura si riempie il 96% dell’Universo, mentre la materia “normale”, quella di cui siamo fatti tutti noi, rappresenterebbe un misero 4%.
Tornando sulla Terra, sul fronte delle fonti energetiche, per il prossimo passaggio della cometa di Halley Bignami prevede grossi passi in avanti sul fronte della fusione termonucleare (il processo che tiene acceso il Sole e le altre stelle) e soprattutto del geotermico. Per nostra fortuna, infatti, dopo miliardi di anni dalla sua nascita, la Terra è ancora ben calda al suo interno. Naturalmente il trasporto del calore in superficie non è uniforme: in certe zone il calore latente terrestre viene fuori in maniera spettacolare, e nascono i vulcani, in altre gradevoli, e ne derivano i bagni termali. Il principio è elementare: se si scava abbastanza a fondo in qualunque punto della Terra il calore aumenta e arriva rapidamente (dopo pochi chilometri in alcuni casi , ovunque in meno di dieci) ben al di sopra del punto di ebollizione dell’acqua. Se versiamo dell’acqua nel buco fatto e continuiamo la perforazione orizzontalmente fino a raggiungere un secondo buco d’uscita, ne uscirà vapore, pronto per l’uso, per esempio per il teleriscaldamento di zone urbane. Con una semplice turbina si potrà avere poi a disposizione energia elettrica infinita, pulita e gratuita. Per quanto riguarda l’energia solare, essa è potenzialmente tanta, ma è poco concentrata, per definizione discontinua e difficile da raccogliere. E’ lecito attendersi dei progressi importanti anche su questo fronte.
Nei prossimi anni sapremo molto di più sul nostro cervello. Oggi sappiamo che il cervello umano, come quello di tutti gli esseri viventi, non ha subito una riprogettazione globale ad ogni passo della sua evoluzione, ma ha semplicemente messo un altro strato su quelli esistenti. Come in un cono gelato a tre gusti sovrapposti, il cervello umano contiene traccia di tre stadi evolutivi. L’enorme corteccia che caratterizza gli umani è il terzo gusto del gelato, posizionato sopra gli altri due, a dimostrare l’ultimo passo dell’evoluzione. Il cervello umano si sarebbe potuto progettare meglio, in modo più efficiente, ma nella sua versione attuale portiamo la traccia evidente della nostra lunga storia evolutiva. La corteccia occupa l’80% della massa del cervello umano e rappresenta la sua parte più complessa, in quanto sede delle funzioni del linguaggio, della memoria, dell’apprendimento e del pensiero. L’intenzione finale è quella di arrivare ad un modello informatico preciso dell’intero cervello, che si spera di poter utilizzare per studiare i processi su cui si basano le funzioni cognitive più importanti. Ci si prova, anche per capire in che modo eventuali malfunzionamenti di circuiti cerebrali possano portare a disturbi della personalità come l’autismo, la depressione o la schizofrenia.
Allo stesso modo è facile prevedere grossi progressi nel campo della genetica e della medicina in generale. Una bambina che nasce oggi in un paese abbastanza ricco ha più del 50% delle possibilità di vivere un secolo. E anche molti maschi, anche se meno delle femmine, ce la faranno. Resta da scoprire esattamente come fare ad aggredire il processo d’invecchiamento e capire fino a che punto sarà possibile allungare la vita. Ovviamente la conoscenza del patrimonio genetico dettagliato di ciascuno di noi sarà sempre più utile per sapere per quali malattie siamo programmati e per poterle prevenire. Tuttavia anche nel genoma decodificato c’è una sorta di “materia oscura”, vale a dire lunghi pezzi di DNA che si estendono tra i geni per i quali al momento si può solo supporre un’attività di controllo sull’attività individuale di ogni gene. Ma soprattutto, e questo è veramente affascinante, resta da scoprire il meccanismo di interazione tra il genoma e l’ambiente circostante. Quello che rende ciascuno di noi un certo tipo di individuo non è solo quello che è scritto nel messaggio genetico. E’ anche il risultato del nostro cibo (o forse di quello dei nostri genitori ed antenati), ma anche dello stress, delle condizioni d’illuminazione e di tanti altri fattori ambientali. La scienza che studia l’interazione tra il genoma e l’ambiente è giovanissima, si chiama epigenetica e da essa ci si aspetta i maggiori progressi, sia teorici che applicativi.
Grandi novità, infine, arriveranno dal settore delle nanotecnologie. Il termine nanotecnologia sta a significare secondo il suo padre scientifico “una tecnologia a livello molecolare che ci potrà permettere di porre ogni atomo dove vogliamo che stia”. Se riuscissimo a inventare un modo di costruire, o meglio far costruire, oggetti partendo da mattoni elementari porremmo le basi per una svolta epocale. Con docili costruttori molecolari il lavoro manuale sarà destinato a scomparire dal futuro. Non è fantascienza: la rivoluzione molecolare è già cominciata, nella chimica farmaceutica per esempio, ed è imminente nella medicina. Le nanotecnologie permetteranno di miniaturizzare un numero sempre maggiore di componenti elettronici e di stendere in modo capillare reti costituite da MEMS, sensori, robot e dispositivi, tutti microscopici e wireless.
Secondo Bignami l’aspetto della nostra vita che più risentirà nei prossimi anni delle tante applicazioni per il futuro sarà quello del trasporto. Verranno sicuramente ottimizzati veicoli, individuali e no, privati o pubblici, per la guida senza intervento umano. Adagiati su un comodo divano antiurto, dovremo semplicemente dire “portami a casa” senza preoccuparci né di ottimizzare l’itinerario, né di prendere multe, né soprattutto di collisioni con altri veicoli. La maggioranza dei veicoli terrestri sarà a propulsione elettrica, grazie all’efficienza che avremo raggiunto con la produzione di energia elettrica dalla geotermia profonda.
La scienza pare quindi indirizzata su obiettivi ben precisi per i prossimi anni. Tante le cose ancora da scoprire. Ma già al prossimo passaggio, nel 2062, la cometa di Halley potrebbe illuminare un mondo diverso, molto diverso, rispetto a quello che oggi conosciamo.



                                                                         Felice Marino
                                                                       aliama1@yahoo.it

sabato 14 aprile 2012

LA FINE DEL LAVORO

Quello del lavoro, e delle norme che lo disciplinano, è sicuramente uno dei temi più dibattuto sulla scena politica italiana ed europea di questi ultimi anni. La crisi economica su scala globale, innescata dai mutui sub-prime americani, ha trasformato la questione del lavoro in un’emergenza che non può essere ulteriormente elusa. Nel mondo occidentale le ragioni della sempre maggiore difficoltà nel trovare un’occupazione, nonchè della fuoriuscita dal mercato del lavoro di milioni di occupati, vengono spesso identificate nella globalizzazione e nella concorrenza di paesi dove il costo della manodopera è molto più basso, nelle importazioni a buon mercato e nelle delocalizzazioni di tante aziende occidentali che hanno trasferito produzione e servizi oltre i confini. Tutto vero, ma quello che spesso si tace è che la causa più profonda della diffusione della disoccupazione è l’aumento vertiginoso della produzione, garantito in ultima istanza  dalla tecnologia e dalle macchine.
Se ne occupa in un bellissimo saggio dal titolo “La fine del lavoro” Jeremy Rifkin, di cui mi sono già interessato commentando il suo più recente “La civiltà dell’empatia”. “La fine del lavoro” ha circa quindici anni di vita, ma è di un’attualità e di una capacità profetica davvero notevole.  Già quindici anni fa, quando una crisi economica come quella attuale sembrava una possibilità impossibile a realizzarsi, egli individuava nel futuro dell’occupazione la questione cruciale del nostro tempo. Nell’introduzione dell’ultima ristampa del 2004 l’americano Rifkin scriveva: “Ogni Paese è alle prese con un vasto dibattito sul futuro del lavoro. Fa i conti con problemi come un’alta disoccupazione, tasse esose, pesanti sistemi di previdenza sociale e contorti regimi regolativi, che secondo alcuni non fanno che perpetuare la stagnazione economica. Mentre i politici e i leader del mondo degli affari e del lavoro si accapigliano su come elaborare una politica del lavoro flessibile, abbassare le tasse e riscrivere le regole che governano previdenza sociale e assegnazione delle pensioni, la vera causa della disoccupazione globale non viene affrontata nel dibattito politico pubblico. Se la chiave per la creazione di nuovi posti di lavoro fosse solo l’attuazione delle riforme menzionate, allora gli Stati Uniti dovrebbero sperimentare un’occupazione massiccia. Dopo tutto , abbiamo effettivamente fatto tutte le riforme che altri paesi stanno cercando ora di realizzare. Eppure i lavoratori americani se la passano male.”
Attuale, no? Va aggiunto che gran parte del miracolo economico americano dei tardi anni Novanta fu dovuto essenzialmente ad un’estensione senza precedenti del credito al consumo, che ha consentito agli americani di aumentare follemente le spese, ma poi, come la crisi dei sub-prime ha dimostrato, i nodi sono venuti al pettine e parte di questo debito ormai fuori controllo è stato regalato a milioni di risparmiatori ignari in giro per il mondo.
E allora la vera questione è: se gli straordinari progressi nella produttività, nella forma di una tecnologia meno costosa e di più efficienti metodi di organizzazione del lavoro possono sempre più prendere il posto dell’operare dell’uomo, con la fuoriuscita di un sempre maggior numero di persone dal mondo del lavoro come risultato, da dove verrà la domanda di beni di consumo sufficiente a comprare tutti i nuovi prodotti e i servizi potenziali resi disponibili dall’aumento della produttività? In realtà siamo costretti ad affrontare una contraddizione inerente al cuore stesso del capitalismo, presente dal principio, ma che solo ora sta diventando inconciliabile. Infatti il capitalismo di mercato è in parte costituito sulla logica della riduzione dei costi del fattore produttivo, incluso il costo del lavoro, al fine di creare sempre maggiori margini di profitto. C’è una continua ricerca di nuove tecnologie meno costose e più efficienti per abbattere i salari o eliminare del tutto la manodopera umana. Le nuove tecnologie intelligenti possono sostituire buona parte del lavoro umano, sia fisico che intellettuale. La contraddizione sta nel fatto che estremizzando tutto questo rischiamo di avere supermercati pieni di merci, che nessuno però è in grado di comprare.
Naturalmente la nuova era porterà con sé ogni genere di nuovi beni e servizi che, a loro volta, richiederanno nuove abilità occupazionali, soprattutto nell’arena della conoscenza più sofisticata. Questi nuovi posti di lavoro, tuttavia, per loro natura, saranno rari ed elitari. Non vedremo mai più migliaia di lavoratori affollarsi all’uscita dei cancelli della fabbrica e dai centri di servizi come succedeva nel ventesimo secolo.
La prima vittima delle tecnologie intelligenti è stata l’agricoltura. Oggi negli Stati Uniti solo il 2,7% della popolazione è occupata direttamente o indirettamente nel settore agricolo. Secondo gli esperti, la possibilità di una completa automazione di tutti i processi produttivi di un’azienda agricola non dista più di vent’anni. Inoltre nel prossimo mezzo secolo l’agricoltura tradizionale è probabilmente destinata a sparire, vittima delle forze tecnologiche che stanno rapidamente sostituendo le attività agricole all’aperto con la manipolazione delle molecole nei laboratori. Mentre la prima rivoluzione tecnologica agricola comportò la sostituzione della forza animale e del lavoro umano con macchine ed agenti chimici, l’emergente rivoluzione biotecnologica giungerà presto a sostituire la coltivazione della terra con le colture di laboratorio, cambiando per sempre il modo in cui il mondo vede la produzione di cibo.
Anche l’industria è destinata in tempi rapidi a sperimentare un’occupazione prossima a quella del settore agricolo. La robotica ha reso l’idea della fabbrica senza operai un obiettivo raggiungibile, in alcuni casi già sperimentato.
Le nuove tecnologie, infatti, stanno aiutando tante aziende dei paesi occidentali a competere in termini di costo con quelle che operano nei paesi del Terzo mondo e che beneficiano di manodopera a costi contenuti. Quanto più il processo produttivo si conforma al dettato dell’automazione, tanto più anche paesi esportatori come la Cina e l’India saranno costretti ad adeguarsi a metodologie di produzione meccanizzata più veloci ed economiche rispetto alle tradizionali tecniche ad elevata intensità di lavoro. Non è un caso che in quasi tutte le più importanti attività manifatturiere, il lavoro umano è stato massicciamente sostituito da surrogati meccanici. Oggi milioni di uomini e donne si ritrovano chiusi in trappola tra due ere economiche, sempre più marginalizzati dall’avvento di nuove tecnologie. La figura classica dell’operaio della catena di montaggio è una figura destinata all’estinzione.
Un effetto apparentemente sottostimato sta nel fatto che le nuove tecnologie informatiche iniziano rapidamente a conquistare spazio anche nel terziario, il cosiddetto settore dei servizi, il settore che di fatto ha accolto sino ad oggi milioni di occupati fuoriusciti dal settore agricolo ed industriale. Le nuove macchine pensanti sono capaci di eseguire molte delle mansioni intellettuali che oggi vengono svolte dagli esseri umani, con il vantaggio della maggiore velocità. L’ufficio completamente digitalizzato non è affatto un’utopia. Già oggi, in tante realtà, l’assistenza ai clienti è gestita da un sistema di posta vocale e lo sarà sempre di più. Nei centri commerciali l’automazione alle casse ed in tanti altri servizi minaccia di “disoccupare” migliaia di persone. Per non parlare della rete, dell’autostrada informatica che è pronta ad offrire un’alternativa a basso costo anche nel settore del commercio, della conoscenza e delle arti (incluso la musica, il cinema etc. ). L’e-commerce è sempre più una realtà e sta completamente rivoluzionando il sistema commerciale tradizionale.
Quale scenario abbiamo dunque davanti a noi? Il sogno della liberazione dal lavoro rischia di trasformarsi in un incubo per milioni di lavoratori? Liberare intere generazioni dalle lunghe ore trascorse sul posto di lavoro potrebbe annunciare un secondo Rinascimento per la razza umana oppure portare a una grande divisione ed allo sconvolgimento sociale.
Rifkin intravede due possibili scenari, uno distopico (negativo) ed uno utopico (positivo). Il fatto che la visione del futuro futuro sia distopica o utopica dipende, in larga misura, da come verranno ripartiti i guadagni conseguiti grazie alla maggiore produttività. Una distribuzione ispirata a principi di giustizia ed equità prevederebbe una diminuzione dell’orario lavorativo in tutto il mondo e uno sforzo concertato dei governi centrali per fornire alternative di occupazione nel “terzo settore” (l’economia sociale) agli individui espulsi dal mercato del lavoro. Se, invece, i guadagni di produttività realizzati grazie alle alte tecnologie non venissero condivisi (ma utilizzati prevalentemente per incrementare i profitti d’impresa, a esclusivo beneficio di azionisti e top-managers) ci sono ampie probabilità che la crescente spaccatura tra ricchi e poveri conduca a sollevazioni sociali su scala mondiale.
Lo scenario distopico è facilmente intuibile e trova una sua spia accesa nel drammatico aumento della criminalità e della violenza diffusa, tanto nei paesi industrializzati quanto in quelli emergenti. Esse danno una chiara immagine dei pericoli che ci aspettano. L’aumento delle comunità-fortezza riflette sia la preoccupazione per la sicurezza personale quanto il rifiuto delle responsabilità di fronte alla società. Il futuro di milioni di persone estromesse dal mercato del lavoro può, secondo molti analisti, essere ben rappresentato dal destino della gente di colore urbanizzata negli Stati Uniti, storicamente vittima prima delle nuove tecnologie agrarie negli stati del sud e poi dell’avvento dell’automazione e delle macchine a controllo numerico nell’industria degli stati del nord. Le conseguenze sono lucidamente descritte dallo studioso Nathan Gardel :” Dal punto di vista del mercato, i ranghi sempre più grandi dei disoccupati devono affrontare un destino persino peggiore del colonialismo, vale a dire l’irrilevanza economica. Non abbiamo bisogno di ciò che offrono e loro non possono comprare ciò che noi vendiamo. E’ prevedibile per loro un futuro sempre più lontano dalla legalità e dalla giustizia, in un mondo caratterizzato da isole di ordine in un oceano di caos”.
Al contrario lo scenario utopico, secondo Rifkin, non può che essere ispirato  dalla necessità di evitare la suddivisione della società tra chi ha un lavoro e non ce l’ha. L’esperienza francese sulla riduzione dell’orario di lavoro, in cambio di sgravi alle imprese, è stata forse troppo frettolosamente archiviata. Le rivendicazioni dei lavoratori sui profitti, in forma di salari più alti e riduzioni di orario, sono sempre state considerate illegittime e perfino parassitarie. E’ possibile che la resistenza delle imprese si attenui davanti alla consapevolezza della necessità di saldare la frattura tra la maggiore capacità produttiva e la caduta del potere d’acquisto dei consumatori. Michael Hammer sostiene però, probabilmente a ragion veduta, che la riduzione dell’orario lavorativo si può fare solo se applicata da tutti. In caso contrario non si fa altro che innalzare il costo del prodotto. Egli ipotizza un sistema di tariffe doganali determinato sulla base di un indice che misura il livello delle retribuzioni e delle ore lavorate nei paesi di provenienza dei beni esportati.
In realtà accordi come il GATT, Mastricht ed il NAFTA hanno cambiato il rapporto tra governi e commercio, trasferendo sempre più potere dagli stati nazionali alle imprese globali. Il ruolo geopolitico dello stato nazionale si va affievolendo, lo stesso accade per la sua funzione di datore di lavoro di ultima istanza. Messi in difficoltà dal crescente indebitamento a lungo termine e dal deficit di bilancio, gli stati sono meno disposti ad imbarcarsi in ambiziosi progetti di spesa e di lavori pubblici al fine di creare occupazione e stimolare il potere d’acquisto. Molti allora guardano al terzo settore, altrimenti noto come indipendente e volontario, dove la cessione volontaria del proprio tempo prende il posto delle relazioni di mercato imposte artificialmente e fondate sulla vendita di se stessi e dei propri servizi agli altri. Il terzo settore già occupa un’ampia porzione della vita sociale. Le attività di volontariato spaziano dai servizi sociali all’assistenza sanitaria, dall’istruzione alla ricerca, alle arti, alla religione, alla difesa legale. Negli Stati Uniti il terzo settore contribuisce all’economia del paese per il 6%, è responsabile del 9% dell’occupazione, ha un patrimonio netto quasi equivalente a quello del governo federale. Questo è reso possibile dal fatto che la maggior parte delle organizzazioni che non hanno scopo di lucro sono esentate dal pagamento delle imposte e che chi dona a loro beneficio può dedurre integralmente dal reddito imponibile.
 Il servizio alla collettività è un’alternativa rivoluzionaria alle forme tradizionali di lavoro. E’ prima di tutto un atto di aiuto, un offrirsi agli altri, uno scambio sociale, sebbene abbia spesso conseguenze economiche sia per il beneficiario, sia per il benefattore. A questo riguardo l’attività comunitria è sostanzialmente differente da quella di mercato, nella quale lo scambio è sempre di natura materiale e finanziaria e le conseguenze sociali sono meno rilevanti dei guadagni economici. Oggi, in tanti paesi occidentali, le organizzazioni del volontariato servono milioni di persone in tanti quartieri e comunità; la loro estensione spesso oscura il privato ed il pubblico, toccando e condizionando la vita di tanti cittadini, talvolta più profondamente di quanto facciano le forze del mercato e la burocrazia statale.
Se per chi lavora e si dedica al volontariato si è proposto una sorta di salario ombra, sottoforma di esenzioni e deducibilità, per chi non lavora si è parlato di un vero e proprio salario sociale che sostituisca le varie indennità o sussidi. Piuttosto che elargire denaro a fondo perso si potrebbe trasformare il sussidio in un servizio alla collettività. Un salario sociale non sarebbe  di conforto solo a chi lo riceve, ma anche utile all’intera comunità che beneficia di tali attività volontaristiche.
D’altra parte già l’economista Robert Theobald sosteneva che, dal momento che l’automazione avrebbe continuato ad aumentare la produttività e ad eliminare lavoratori, sarebbe stato necessario rompere il tradizionale legame tra reddito e lavoro. Con una quota sempre maggiore di lavoro svolto dalle macchine, gli esseri umani avrebbero avuto la necessità di un reddito garantito, indipendentemente dall’occupazione nell’economia di mercato. Ciò per sopravvivere e per disporre di un potere d’acquisto sufficiente a procurarsi beni e servizi. Secondo Theobald il reddito minimo garantito rappresentava la possibilità di mettere in pratica quella convinzione filosofica fondamentale che attribuisce ad ogni individuo il diritto ad una quota minima della produzione realizzata nella società.
La proposta di un reddito minimo garantito ha trovato incredibilmente favorevole anche Milton Friedman, il più celebre tra gli economisti neoconservatori, che sosteneva, da un diverso punto di vista, che sarebbe stato meglio dare ai poveri un reddito minimo garantito, piuttosto che continuare a finanziare la pletora di programmi sociali di stato, talmente burocratizzati da perpetuare la povertà invece che lenirla.
I riformatori di oggi, come accennato prima, tendono ad agganciare il diritto ad una garanzia di reddito alla disponibilità del disoccupato a prestare attività di volontariato nel terzo settore. L’economia sociale pare rappresentare l’ultima speranza di costruire una struttura istituzionale alternativa per una civiltà in transizione.
In definitiva ci stiamo affacciando in una nuova era di mercati globali e produzione automatizzata, dalla strada che imboccheremo dipenderà il nostro futuro.

                                                                         Felice Marino
                                                                       aliama1@yahoo.it

sabato 3 marzo 2012

OCCIDENTE ESTREMO

Il rapporto che oggi intercorre tra le due superpotenze mondiali, Stati Uniti e Cina, è davvero singolare ed una sua analisi ci spiega molto sulla realtà dei nostri tempi. Ad un esame attento appaiono come fratelli siamesi, indivisibili, ciascuno impossibilitato a vivere in mancanza dell’altro, ma molto diversi l’uno dall’altro. Se ne è occupato il corrispondente di Repubblica Federico Rampini nel suo “Occidente Estremo”, un volume molto interessante che ha fatto seguito, ormai un paio d’anni fa, ai best-sellers “Il secolo cinese” e “L’impero di Cindia” e dei quali è la naturale prosecuzione.
Personalmente ho avuto la possibilità di visitare entrambi i paesi qualche anno fa e devo dire che mi sono ritrovato in gran parte delle descrizioni di questo libro. Ne ho altresì condiviso ed apprezzato i ragionamenti. Potrei sintetizzare così: da una parte il cervello del mondo, dall’altra la fabbrica del mondo. La realtà, però, è sicuramente più complessa e presenta  non poche zone d’ombra.
E’ indubbio che gli Stati Uniti vivano anni difficili. Ancora scossi dalla crisi scatenata dai subprime gli USA si apprestano a vivere un 2012 da incubo, una sorta di Armageddon del mercato obbligazionario. Verranno a scadenza simultaneamente titoli di Stato, obbligazioni di aziende solide e junk-bond, per un volume complessivo che sarà quasi otto volte superiore a quello che i mercati assorbono in un anno normale. Solo il tesoro USA dovrà emettere titoli di Stato per quasi 2000 miliardi, per finanziare il fabbisogno corrente e rifinanziare il debito venuto a scadenza. A questo verrà ad aggiungersi una valanga di obbligazioni private giunte a scadenza. Una quantità senza precedenti, tutta concentrata a partire dal 2012. Questo perché le ultime maxi-emissioni risalgono agli anni 2007-2008, quando il denaro facile era ancora la regola, prima che i sussulti della crisi cominciassero a farsi sentire. Si trattava per la massima parte di emissioni a cinque e sette anni.
E’ la conseguenza di un modello economico fondato sull’indebitamento a cui va aggiunta una vera e propria regressione, indotta, dei consumatori allo stato infantile. In sostanza il sistema si è messo a produrre bisogni ancora prima di produrre beni. Ma nell’America di oggi succede anche che il Pentagono annunci che un terzo dei giovani statunitensi non è reclutabile dall’esercito perché così sovrappeso da essere degli invalidi già a vent’anni o che i risultati degli studenti americani nell’apprendimento delle materie scientifiche, a livello internazionale, siano valutati come mediocri.
Dall’altra parte del Pacifico troviamo invece la locomotiva cinese, la cui economia cresce vertiginosamente ormai da un ventennio. Non è un caso che i profitti del capitalismo USA arrivino  prevalentemente dall’Asia. Per la prima volta nella storia nel 2010 i consumatori dei paesi emergenti hanno speso più dei loro omologhi americani. Le spese delle famiglie nelle nazioni emergenti sono state il 34% dei consumi globali contro il 27% dei consumatori americani. Sono sempre i paesi emergenti, la Cina in primis, a possedere gran parte del debito americano oltre che una montagna di dollari nelle loro casseforti. La Cina è diventata il principale creditore degli Stati Uniti grazie ai 2500 miliardi di dollari di riserve valutarie controllate dalla sua banca centrale. Da qui i timori cinesi che la montagna di debito americano possa essere “deprezzata” in una possibile spirale inflazionistica futura.
Tradotto: la Cina è costretta a tenere in vita gli Stati Uniti continuando a comprarne il debito collettivo, mentre i grandi gruppi privati americani continuano ad arricchirsi vendendo ai nuovi ricchi cinesi. Ma in realtà la Cina è costretta a tenere in vita gli Stati Uniti anche perché non è in grado di sostituirsi ad essi, o meglio al ruolo guida che essi hanno nel mondo.
La cultura cinese è storicamente una cultura molto chiusa. Un sinoamericano continua a sentirsi cinese anche alla quarta generazione, ne sono una testimonianza le tante China-Towns sparse per il mondo. L’ascesa della Cina come superpotenza egemonica la porterà inevitabilmente ad interagire in modo sempre più intenso con il resto del mondo, ma interagire non significa convivere parallelamente. Nello stesso tempo la mancanza di democrazia, così come l’assenza di scambi culturali, soffoca lo slancio creativo dei giovani cinesi determinando una sudditanza quasi strutturale nella competizione per le idee. Il Partito ha anestetizzato dopo Tienanmen le nuove generazioni con l’ideologia del denaro e questi giovani apolitici non si pongono più domande. Il dogma dell’infallibilità del Partito non si può rimettere in gioco. Si aprirebbe la strada al pluralismo, i cinesi chiederebbero di più. E’ evidente che tutto ciò impedisce che la “fabbrica del mondo” possa assumere la leadership del mondo stesso.
Nell’era in cui la produzione delle cose è finita in gran parte in Asia, la manifattura dei sogni resta saldamente in mano alla California. Ma non è affatto l’unica cosa nella quale gli americani dominano ancora. Il Gps (Global Positioning System), che conosciamo per i navigatori satellitari, resta saldamente sotto il controllo del Pentagono. Senza di esso si fermerebbero i Bancomat delle banche e le transazioni di Borsa. Esso ha aumentato prodigiosamente la capacità di sorvegliare i nostri movimenti e garantisce una supremazia militare difficilmente scalfibile.  Dal 2010 è partito un imponente piano per sostituire uno per uno i ventiquattro satelliti che gestiscono l’intelligenza del sistema, aumentandone precisione, affidabilità e sicurezza. Anche nella formazione di cervelli gli Stati Uniti continuano a non temere rivali. L’Università americana, oltre che accogliere le migliori intelligenze da ogni parte del mondo, è una fucina d’innovazioni perché incoraggia gli studenti a pensare autonomamente, a rimettere in discussione l’autorità accademica e la scienza esistente. Solo un sistema che premia i ribelli può generare Bill Gates e Steve Jobs. L’America non sarà più egemonica come in passato, ma grazie alla mescolanza multietnica e ad un sempre verde slancio ideale conserva una marcia in più, dalla tecnologia alla creatività culturale.  Anche l’apporto continuo degli immigrati è un punto di forza. Tra le cento maggiori imprese americane quindici sono state fondate e guidate da stranieri.
Cina e Stati Uniti sono dunque ormai due vasi comunicanti, lo yin e yang a ruoli alterni del mondo d’oggi. E’ facile intuire che lo scenario globale del mondo di domani dipenderà in larga misura dall’evoluzione di questo strano equilibrio.

                                                                       Felice Marino
                                                                     aliama1@yahoo.it

Bistrot Philo 18a puntata

Ciao a tutti, qui di seguito trovate lo spunto per la 18a puntata del Bistrot Philo che andrà in onda su radioantares ed Fb sabato 17 Marzo alle ore 1800. Se volete lasciare un pensiero potete farlo qui di seguito sul blog oppure all'indirizzo di posta elettronica aliama1@yahoo.it. Grazie

BISTROT PHILO 18° puntata
DAL LAVORO COME PRODUZIONE AL LAVORO COME SERVIZIO

E’ evidente che più la vita si fa tecnologica, più si riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che è sempre stato il sogno più antico dell’uomo: la liberazione dal lavoro, si sta trasformando in un incubo. Siccome il processo è irreversibile, nonostante i correttivi, i finanziamenti mirati, i contratti d’area, i lavori socialmente utili e altre ideazioni che la politica tenta di escogitare per scongiurare l’incubo, forse non c’è altra via d’uscita se non quella di ripensare il concetto di lavoro, che l’economia capitalistica da un lato e l’apparato tecnico dall’altro hanno a tal punto identificato con l’esistenza, da rendere a tutti evidente l’equazione secondo cui: chi non lavora, dal punto di vista sociale, non esiste.
Ma è davvero così? O questa equazione si legittima solo a partire dalla nozione di lavoro che l’economia capitalistica da un lato e l’apparato tecnico dall’altro hanno messo in circolazione, senza prendere minimamente in considerazione il fatto che, dietro ogni lavoro, c’è un uomo che lavora? Se Marx, a suo tempo, denunciava l’alienazione “nel” lavoro, che consiste nel completo appiattimento dell’uomo sulla sua attività lavorativa, come se questa fosse divenuta l’unico indicatore della riconoscibilità dell’uomo.
E allora la domanda che dobbiamo porci è quella che Francesco Totaro ci suggerisce: “i fini della tecnica e dell’economia capitalistica sono anche i nostri fini?”. O siamo noi diventati semplici strumenti della tecnica la quale ci impiegherebbe come momenti della sua organizzazione, semplici anelli insignificanti della sua catena, o, se preferiamo, mezzi imprescindibili, ma anche fra i più intercambiabili di qualsiasi altro mezzo, all’interno di un apparato economico-tecnologico divenuto fine a se stesso?
Se così non vogliamo essere, la proposta è quella di passare gradatamente dal “lavoro come produzione” (che ha in vista solo la sua crescita esponenziale, senza ragione e senza perché) al “lavoro come servizio”, dove la produzione non ha in vista solo beni e merci (di cui al limite non sappiamo neanche cosa farcene, se non fosse per i bisogni e i desideri “indotti”, cioè a loro volta “prodotti”), ma anche erogazione di tempo, di cura, di relazione.
I profili lavorativi che potrebbero nascere da questa nuova visualizzazione del lavoro (di cui la società già sente a livello massiccio l’esigenza, se dobbiamo giudicare dal gran numero di persone che si dedicano al volontariato) sarebbero profili lavorativi che potrebbero trovare non solo una reale e massiccia domanda, ma anche un significativo riconoscimento economico, se l’economia, che pensa sempre e solo alla produzione, sapesse diversificare i suoi prodotti e cominciare a produrre non solo merci e sempre più merci, ma anche e in misura crescente servizi per la persona e per la relazione tra le persone.
E questo anche perché la felicità, nonostante la pubblicità serva delle merci vi alluda, non ci viene dall’ultima generazione di detersivi, di telefonini o di computer, e più in generale di prodotti, ma da uno straccio di relazioni in più che il lavoro come “servizio” e non solo come “produzione” potrebbe cominciare a garantire.

                                                                        U. Galimberti

sabato 4 febbraio 2012

A cosa serve la politica?

Da qualche anno a questa parte Piero Angela pare avere abbandonato la scrittura di testi prettamente scientifici a vantaggio di testi un pò più indirizzati alle dinamiche sociali e del vivere comune. A tal proposito ho trovato molto interessante il suo ultimo saggio dal titolo “A cosa serve la politica?”, uno scritto di una attualità totale che ho condiviso in gran parte.
Il libro si apre con un esempio molto esplicativo. Prendiamo in considerazione due paesi come Svezia e Turchia, il primo con un reddito pro capite di 28000 euro, il secondo di soli 9000 euro. Ora se un politico turco alla vigilia delle elezioni prospettasse salari svedesi, ma anche pensioni, assistenza, asili nido ed ospedali di tipo svedese, potrebbe mantenere le sue promesse? Basterebbe che i cittadini turchi riempissero le piazze di cortei e scioperassero ad oltranza per ottenerli? Ovviamente no. Ebbene quanto ha inciso storicamente la politica perché tra Svezia e Turchia ci fosse un gap così evidente? In sostanza cosa fa sì che la Svezia sia la Svezia e la Turchia sia la Turchia?
In realtà dietro ogni paese si nasconde una macchina invisibile, racchiusa nel cervello degli individui, e che proietta nella società il suo sapere ed il suo saper fare. E’ la proiezione della nostra educazione, cultura, creatività, capacità imprenditoriale, organizzazione e dei nostri valori. Certe cose non si possono trasferire di colpo da un “ecosistema” ad un altro. Si possono trasferire i macchinari ma non i saperi. E sono questi ultimi a fare la differenza. La politica dunque gioca un ruolo solo se riesce a stimolare ed a far crescere questi saperi, di conseguenza la produzione di ricchezza e l’attrazione di investimenti.
Se guardiamo all’Italia si vede subito la mancanza di una politica moderna che sappia non solo distribuire ricchezza, ma anche aiutare a crearla valorizzando tutte quelle attività utili in tal senso: istruzione, ricerca, valori, pubblica amministrazione e quant’altro. E’ incredibile allora come in una società che vuole essere moderna e competitiva possa esistere in realtà una ricerca umiliata, un merito negato, dei valori calpestati, pochissimo sostegno all’innovazione creativa e all’eccellenza.
Basta pensare che attualmente in Italia gli addetti all’agricoltura sono intorno al 4 per cento della popolazione attiva, ma producono infinitamente più cibo del 78 per cento di contadini che il nostro paese annoverava nel 1861. Addirittura negli Stati Uniti oggi basta l’1 per cento della popolazione attiva per produrre cibo in abbondanza per tutti ed esportarne milioni di tonnellate. Anche gli addetti all’industria hanno cominciato a diminuire sempre più a partire dagli anni Settanta in avanti. Questo perché le macchine hanno sostituito progressivamente il lavoro umano. Succede allora che paradossalmente più un paese è industrializzato meno sono gli addetti all’industria. Ecco quindi che questa maggiore efficienza nel produrre cibo ed oggetti ha permesso ad un numero crescente di persone di trasferirsi in settori nuovi o in espansione: il cosiddetto terziario o terziario avanzato, si tratta cioè di lavoro prevalentemente intellettuale.
Il terziario è il tipico settore delle società avanzate, dove si trova tutto ciò che non è agricoltura o industria: per esempio i commerci, le banche, la sanità, lo sport, il turismo, l’informazione, l’arte, la ricerca etc. Nel terziario si sono creati milioni di posti di lavoro.
Secondo Angela nel nostro paese è ancora molto radicata l’idea che siano i programmi politici a cambiare le cose, che siano gli ideali, l’impegno, le lotte, a rendere possibili i cambiamenti. Questo è sicuramente vero per la distribuzione della ricchezza, per la giustizia sociale, per la protezione dei più deboli, per la difesa della democrazia. Se però si vuole portare il paese verso un vero sviluppo economico, occorre agire su quelle leve che lo rendono effettivamente possibile. Bisogna cioè equilibrare produzione e distribuzione di ricchezza. In Italia la politica appare completamente sbilanciata su come distribuire la ricchezza, è latitante invece sulla produzione di ricchezza, fino ad arrivare a distribuire più di quello che viene prodotto. Ecco allora che si ricorre al debito e si và in rosso, sempre più in rosso, in profondo rosso.
La storia recente ci dice che ricchezza e nuove tecnologie vanno di pari passo. Come può l’economia, specialmente nel nostro paese, andarsene per conto suo senza costantemente occuparsi e preoccuparsi della ricerca, che le fornisce le gambe per camminare? Insomma l’invenzione (e la ricerca che c’è alle spalle) sono, molto più di quanto si pensi, un fattore rivoluzionario nel cambiamento economico di una società. L’economia, come la politica, è molto importante per stimolare e guidare questo cambiamento, per orientare e gestire le trasformazioni che stanno avvenendo, ma senza tecnologia l’economia e la politica sarebbero prive del braccio operativo e non potrebbero cambiare molto la società. Ecco perché è pura follia quello che la politica sta facendo nel nostro paese, cioè investire poco o male in ricerca, lasciarsi scappare le menti migliori, non premiare il merito, non attrarre i ricercatori stranieri.
Noi non ce ne stiamo ancora accorgendo, ma in Asia sta crescendo una nuova generazione fortemente motivata a svettare, sottoposta a una severa selezione negli studi affinchè i migliori emergano. Da tempo è così in Giappone. In Corea del Sud lo sforzo educativo è in pieno sviluppo, le università indiane e cinesi hanno già sfornato scienziati di altissimo livello che occupano posizioni importanti negli Stati Uniti (e molti cinesi stanno ora rientrando per contribuire al boom del loro paese). Sono società che hanno capito l’immenso valore dei cervelli quando vengono messi in grado di esprimere al massimo la loro intelligenza, creatività, competenza.
Al contrario ancora oggi due terzi degli italiani adulti non comprano e non leggono libri. Su 50 milioni di abitanti adulti, 15 milioni sono lettori saltuari e soltanto 4 milioni sono lettori abituali (meno di un italiano su dodici). Non c’è da sorprendersi quindi se la politica che è in ogni caso espressione della società, spesso preoccupata solo di guadagnarsi il consenso per una rielezione, si muova in un’altra direzione.
Diretta conseguenza di tutto ciò è la cosiddetta de-meritocrazia. In Italia il merito non è sufficientemente riconosciuto. Le carriere sono spesso fortemente facilitate da conoscenze personali, da connessioni familiari, da amicizie, da appartenenze politiche. Se al contrario un paese premia il merito a tutti i livelli crea le condizioni per migliorare il funzionamento della società e questo aiuta a migliorare anche la sua competitività. Questi parametri contano quando a livello internazionale si dà un giudizio sulla vitalità del nostro paese, e quindi sull’attrazione e l’affidabilità che possono avere, ad esempio, i nostri titoli di Stato. L’European House dello Studio Ambrosetti di Milano ha pubblicato uno studio proprio sul problema del merito in Italia dal quale si evincono i principali elementi che tolgono spazio al merito: l’affiliazione (in particolare il nepotismo e la raccomandazione), gli automatismi, quando l’avanzamento nella carriera poggia solamente sull’anzianità di servizio, la circolarità, quando c’è conflitto d’interesse tra controllori e controllati (per esempio quando i componenti di enti o agenzie che dovrebbero controllare l’attività governativa vengono nominati dal governo stesso) e l’opacità, cioè la mancanza di trasparenza nelle assunzioni e nelle promozioni, quando sfuggono a criteri di chiarezza e lasciano spazio a scelte discrezionali. Una ricerca in tal proposito rivela l’ampiezza di questo fenomeno: un italiano su due dichiara di aver trovato lavoro grazie ad amicizie/raccomandazioni; solo il 5 per cento lo ha fatto attraverso agenzie o cacciatori di teste. Inoltre un italiano su quattro si rivolge ad un politico per ottenere la soluzione di un suo problema. In questo contesto la politica ha una gravissima responsabilità, perché la de-meritocrazia che impera da noi è uno di quegli inquinamenti che avvelenano “l’ecosistema” nel quale viviamo, e ci rende più vulnerabili, anche nei confronti della competizione internazionale.
Troppo spesso la classe politica non premia il merito ma l’appartenenza, l’affiliazione. In questo modo infatti può piantare ogni volta una bandierina, propria o del partito. Questo non vale solo per i livelli alti, ma scende fino giù a quelli più bassi. I liberi pensatori sono visti come una minaccia per i clan del consenso, vengono sistematicamente preferiti gli yes men (quelli che dicono sempre di si).
In tal modo la politica è penetrata profondamente nell’apparato pubblico, gonfiando a dismisura la burocrazia. Da uno studio della UIL emerge che in Italia ben 1 milione e trecentomila persone vivono di politica, se si aggiungono i loro familiari si arriva ad una cifra molto consistente. Inoltre rispetto agli altri paesi europei l’Italia spende il 30 per cento in più per la politica.
La conoscenza sempre più diffusa di questo fenomeno, grazie ad una campagna stampa molto aggressiva in tal senso, ha prodotto oggi una generale tendenza a colpevolizzare in blocco tutti coloro che fanno politica. In realtà ci sono tantissime persone che si dedicano con passione e spirito di servizio alla politica. Ad ogni livello esistono persone che si impegnano seriamente senza trarre vantaggi personali, cercando di dare il proprio contributo alla collettività. E sono proprio loro i primi a soffrire per la pessima reputazione della classe politica italiana e per l’esempio che essa dà al paese. Leggiamo tutti i giorni dei suoi costi altissimi, dei privilegi di cui gode, delle accuse di corruzione, delle garanzie e delle impunità di cui godono i suoi membri, al di là della decenza. E non è certo piacevole trovarsi accomunati a questo mucchio.
Il problema vero restano tuttavia i risultati. L’attuale tipo di politica è dannosa perché non produce ricchezza per il paese, non crea le condizioni per uno sviluppo adatto alle sfide del mondo moderno, soprattutto riempie il paese di debiti.
In definitiva non può essere messo in discussione il fondamentale ruolo della politica, ma questo và inteso nel senso di delineare gli scenari strategici futuri, nelle scelte di fondo, nel sostegno a tutto ciò che può garantire crescita e ricchezza, oltre che una sua, quanto più equa possibile, distribuzione. La politica dovrebbe limitarsi  ad un ruolo di indirizzo e di guida quindi, oltre che di presidio delle garanzie democratiche. Dovrebbe essere più agile nel suo apparato, meno articolata, senza “professionisti” del mestiere. Non dovrebbe mai sostituirsi all’economia, diventare ingerente, peggio ancora diventare tutt’uno.

                                                    Felice Marino
                                                 aliama1@yahoo.it

venerdì 30 dicembre 2011

L' IMPERATORE DEL MALE

La malattia del cancro è descritta da almeno quattromila anni e continua a rappresentare ai giorni d’oggi una delle più grandi piaghe per gli esseri viventi, si calcola che mediamente ogni anno circa otto milioni di persone in tutto il mondo ne muoiano.  “L’imperatore del male”, premio Pulitzer per la saggistica nel 2011, di Siddharta Mukherjee, ricercatore oncologo e docente alla Columbia University, è il racconto dell’epica lotta contro questa malattia. Si tratta di una guerra millenaria fatta di incessanti battaglie, piccole vittorie e grandi sconfitte, combattuta da medici ed eroi, da geni della ricerca ma soprattutto da gente comune.
Il cancro si avvia oggi a diventare rapidamente la prima causa di morte al mondo e questo tuttavia dipende prevalentemente da un progressivo aumento dell’età media e dell’aspettativa di vita. Infatti l’aumento dell’incidenza del cancro, in particolare di alcuni tipi di cancro, dipende dal fatto che nelle società antiche le persone non vivevano abbastanza a lungo per ammalarsene. La civilizzazione più che causare il cancro lo ha reso più visibile, mentre sicuramente ha inciso sul cambiamento dello spettro dei tumori aumentando l’incidenza di alcuni, riducendo l’incidenza di altri. Il cancro allo stomaco, ad esempio, è stato sicuramente molto più diffuso in certe fasce di popolazione fino alla fine del diciannovesimo secolo, probabilmente a causa della presenza di sostanze cancerogene nei conservanti. Al contrario l’incidenza di cancro ai polmoni è drammaticamente aumentata a partire dagli anni Cinquanta come risultato dell’inquinamento atmosferico e della diffusione delle sigarette all’inizio del ventesimo secolo, e deve ancora raggiungere il picco più alto.
In realtà il cancro non è una malattia, ma un complesso di malattie che hanno un’origine e spesso manifestazioni diverse. Le chiamiamo tutte “cancro” perché hanno in comune una caratteristica fondamentale: una crescita cellulare abnorme e la capacità di queste cellule di migrare producendo delle metastasi.
All’inizio del secolo scorso l’approccio al cancro era praticamente solo chirurgico. I sostenitori della chirurgia radicale, molto in voga per un lungo periodo, si erano illusi del fatto che per evitare le metastasi o le recidive fosse necessario asportare chirurgicamente i tumori ben al di là della loro estensione, sottoponendo i pazienti ad interventi tanto inutili quanto macabri e fisicamente devastanti. Successivamente i pionieri della moderna chemioterapia ( terapia a base di sostanze chimiche ), nata quasi casualmente a partire dalle centinaia di sostanze chimiche sviluppate inizialmente dall’industria tessile per colorare i tessuti di cotone, credettero, a partire da Sidney Farber in poi, alla possibilità  che esistesse una sorta di pallottola magica nel trattamento del cancro, costituita da uno o più farmaci somministrati contemporaneamente. Ciò li espose, fatto salvo piccoli successi, a numerosi e scoraggianti fallimenti. Questi insuccessi avevano la loro origine tanto nella forza e nell’eclettismo del nemico quanto in una non conoscenza dello stesso. Si procedeva sostanzialmente alla cieca e per tentativi.
Ciò nonostante a partire dalla seconda metà del secolo scorso, sebbene si brancolasse praticamente nel buio, furono fatte scoperte degne di nota: l’attività degli antifolati e di altri chemioterapici nel trattamento delle leucemie; l’impiego vincente di raggi X e chemioterapici nel morbo di Hodgkin;  la terapia antiormonale nei tumori alla prostata ed al seno; la relazione tra la fuliggine ed il cancro allo scroto (il cancro degli spazzacamino); la relazione tra il fumo di sigaretta ed il cancro al polmone (una delle più forti dell’epidemiologia oncologica, durevole nel tempo e riproducibile studio dopo studio) così come quella tra l’esposizione all’amianto ed il mesotelioma (rara e maligna forma di tumore al polmone); la relazione possibile tra l’infiammazione prodotta dal virus dell’epatite ed il cancro al fegato così come quella causata dall’Helicobacter pylori ed il cancro allo stomaco. Tali scoperte hanno contribuito in alcuni casi ad una migliore gestione della malattia, sicuramente ad una fondamentale campagna di prevenzione, raramente a risoluzioni definitive, nonostante un sempre più vasto impiego negli anni di risorse e menti.
Quest’epoca quasi adolescenziale dell’oncologia si è di fatto chiusa negli anni Novanta. La disciplina si è progressivamente allontanata dalla sua infatuazione per soluzioni universali e cure radicali, affrontando finalmente questioni fondamentali sul cancro. Quali erano i principi di base che regolavano il comportamento di una specifica forma di cancro? Cosa c’era di comune a tutti i cancri, e cosa rendeva il tumore al seno diverso da quello al polmone o alla prostata? Potevano quei percorsi comuni o quelle differenze aprire nuove strade per la prevenzione e la cura del cancro? Occorreva rivolgersi alla biologia di base e ripartire da essa, occorreva cioè capire intimamente il cancro, i cancri, per poterli contrastare efficacemente.
Già all’inizio degli anni Cinquanta i ricercatori erano divisi in tre fazioni “in lotta”. I virologi sostenevano che erano i virus a causare il cancro, anche se nessuno di tali virus era stato identificato in studi umani. Gli epidemiologi sostenevano che erano sostanze esogene a causare il cancro, anche se non erano in grado di fornire una spiegazione meccanicistica per la loro teoria e nemmeno i risultati. La terza fazione era periferica nel dibattito e pensava ai geni interni alla cellula, senza la quantità di dati degli epidemiologi né le intuizioni sperimentali dei virologi. Nei decenni successivi, grazie agli enormi progressi compiuti nella biologia di base, si verificò che sia taluni virus in certi rari casi che alcune  sostanze endogene in altri erano in grado di produrre il cancro. In entrambi i casi però ciò avveniva attraverso una mutazione genetica, e questo non attraverso l’inserimento dall’esterno di geni estranei bensì attraverso l’attivazione di proto-oncogeni endogeni, cioè di geni normalmente presenti nel nostro DNA ove in individui sani presiedono a funzioni fisiologiche, prevalentemente legate alla riproduzione cellulare. In sostanza, come disse Varmus, premio Nobel per la medicina insieme a Bishop nel 1989, “ si è svelato che la cellula tumorale non è altro che una versione distorta di noi stessi”.
Le sostanze che provocano mutazioni nel DNA causano cancri perché alterano i proto-oncogeni cellulari. Questo chiarisce perché è possibile  che lo stesso genere di cancro possa colpire ad esempio fumatori e non fumatori, benché in percentuali diverse: entrambi hanno gli stessi proto-oncogeni nelle loro cellule, ma i fumatori si ammalano di cancro in una percentuale più alta perché le sostanze cancerogene nel tabacco aumentano il tasso di mutazione di questi geni.
Và aggiunto, come dimostrato da Vogelstein negli anni Novanta, che il cancro non nasce direttamente da una cellula normale. Il cancro spesso procede molto lentamente verso la propria evoluzione ultima, subendo una successione discreta di mutazioni ed accumulandole nel tempo, da una cellula pienamente normale ad una schiettamente maligna. Decenni prima che il cancro alla cervice evolva nella sua manifestazione ferocemente invasiva, nel tessuto è già possibile osservare un vortice di cellule non invasive e premaligne che muovono i primi passi nella loro terribile marcia verso il cancro (da qui deriva l’utilità del Pap Test) . In maniera simile cellule premaligne si riscontrano nei polmoni dei fumatori prima della comparsa di un tumore. Anche il cancro al colon progredisce per gradi e successive mutazioni, da una lesione premaligna non invasiva, detta adenoma, allo stadio terminale detto carcinoma invasivo.
Ora il passaggio da uno stadio premaligno a un cancro invasivo, grazie ai progressi della biochimica, può oggi essere correlato in maniera precisa all’attivazione ed alla disattivazione di nostri geni in una sequenza rigida e stereotipata. Perlomeno in una maniera molto semplificata, la quantità delle mutazioni è spesso scoraggiante. Tuttavia dalla metà degli anni Novanta ad oggi, grazie alle nuove tecniche di DNA ricombinante ed allo splicing ( l’inserimento di specifici geni nel genoma di specifici microrganismi, che permette di far produrre a questi ultimi determinate proteine con proprietà antigeniche in quantità industriali ), solo il National Cancer Institute americano ha identificato almeno una trentina di nuovi farmaci come terapie antitumorali mirate ed altri se ne stanno sviluppando. Alcuni disattivano direttamente gli oncogeni, altri i cicli cellulari attivati dagli oncogeni. Tutto ciò unitamente al perfezionamento delle tecniche chirurgiche e all’esperienza maturata sulla chemioterapia classica, ma soprattutto grazie ad una buona politica di prevenzione, ha prodotto tra il1990 ed il 2005 una riduzione della mortalità per cancro di circa il 15%. Un ottimo risultato, ma nessuna distrazione è consentita: c’è ancora molto da scoprire e la malattia trova sempre nuove strade, le campagne di prevenzione possono perdere la necessaria tensione e nemmeno il panorama delle sostanze cancerogene è statico. Abbiamo creato un universo chimico intorno a noi ed i nostri geni vengono sollecitati da molecole sempre diverse quali pesticidi, farmaci, cosmetici, materie plastiche, prodotti alimentari, perfino forme diverse di impulsi fisici, come le radiazioni ed il magnetismo. Alcune di queste sostanze ed impulsi saranno inevitabilmente cancerogeni ed è nostro compito non abbassare la guardia.
In sostanza, come afferma l’oncologo Harold Burstein, il cancro è l’interfaccia tra la società e la scienza. C’è una sfida biologica, che consiste nello sfruttare l’incredibile progresso delle conoscenze scientifiche per sconfiggere questa malattia antica e terribile, ed una sfida sociale, che consiste nel mettere in discussione le nostre abitudini, i nostri riti ed i nostri comportamenti. Sfortunatamente “ non si tratta di abitudini o comportamenti marginali rispetto alla società e  a noi stessi, ma di qualcosa che si trova proprio dentro di noi: cosa mangiamo e beviamo, cosa produciamo e diffondiamo nell’ambiente, quando scegliamo di riprodurci e come invecchiamo “.
Quindi poiché le mutazioni sono talvolta prodotte da qualcosa di ineludibile, che fa parte del nostro stesso vivere, e poiché tali mutazioni si accumulano inevitabilmente dentro di noi giorno dopo giorno, e’ possibile che siamo fatalmente congiunti a questa malattia cronica, costretti a giocare come il gatto con il topo. Dovremmo forse allora ridefinire l’idea di successo nella guerra contro il cancro. Come ha detto qualcuno “la morte in età avanzata è inevitabile, la morte prima dell’età avanzata no”. E allora se le morti per cancro possono essere prevenute prima di un’età troppo avanzata, se possiamo allungare sempre di più il terribile gioco di trattamento, resistenza, ricorrenza e altro trattamento, allora tutto questo trasformerà il modo in cui noi immaginiamo questa malattia antica. Sarebbe comunque una vittoria tecnologica sulla nostra inevitabilità, una vittoria sul nostro genoma.


                                                                       Felice Marino
                                                                    aliama1@yahoo.it

venerdì 18 novembre 2011

Bistrot Philo 17a puntata. "Lezioni di addio"


“La caratteristica di una vita morta è di essere una vita di cui l’altro diventa il guardiano” J.P. Sartre

I morti con cui abbiamo avuto una relazione, non importa se di amore o di odio, non muoiono mai. La loro morte, infatti, per quanto ritualizzata e lenita dalle parole che la retorica mette a disposizione, o da quegli indecenti applausi che accompagnano le bare, perché non siamo più capaci né di raccolto silenzio né di giuste parole, chiede innanzitutto il riconoscimento della loro esistenza e della nostra relazione.
Perché in una relazione, non importa se di amore o di odio, quando uno se ne va prima dell’altro, l’altro resterà per dire il suo nome, se non altro per non farlo semplicemente ri-morire. Altri infatti ci seppellisce, altri ci ricorda, altri ci dimentica. La nostra morte è un evento degli altri, perché chi muore non sente e non risponde più.
Qui la fedeltà consiste nell’arrendersi all’evidenza, nel prendere sul serio il non ascolto e la non risposta di chi se ne è andato.
Un invito a vivere fino in fondo le relazioni da vivi, perché, dopo la morte di uno dei due, la relazione si custodisce nell’interiorità di chi sopravvive, ma l’altro non risponde. E questa non risposta sigilla la nostra inoltrepassabile solitudine, che forse è la realtà ultima della nostra esistenza, che si rivela solo quando il nostro amico o nemico se ne va. Ma quando uno se ne va prima dell’altro, l’altro resterà per dire il suo nome, non per rievocarne la memoria, ma per custodirlo nell’interiorità.

                                                                   U. Galimberti

Questo "lo spunto" della 17a puntata del Bistrot Philo di giovedi 24 Novembre alle ore 2130, dedicata alla memoria di Micaela Iachetta scomparsa tragicamente una settimana fa all'età di 23 anni.
Potete partecipare lasciando un vostro pensiero su questo post o all'indirizzo di posta elettronica aliama1@yahoo.it